8 thoughts on “Dislessia e Genetica”

    1. Ciao Stefano,
      Purtroppo per abitudine non sono abituato a mantenere le fonti da cui attingo informazioni.
      Attualmente sono molto concentrato su come sviluppare il pensiero divergente e quindi la creatività.
      Mi spiace non poter esserti di aiuto.
      a presto
      Benny

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      1. Grazie della cortese risposta. È risaputo che non è provata affatto l’ipotesi neurobiologica. Una degli scienziati che proponeva dei geni come possibili candidati, avendo approfondito ed essendo stata smentita dai fatti sperimentali, ha scritto il libro The dyslexia debate (che è un lungo articolo scientifico) in cui mette in dubbio addirittura che sia ben fondato scientificamente il concetto di dislessia. Il punto è che le ultime ricerche provano senza ombra di dubbio che anche le modificazioni neuronali rilevate nei neonati “predisposti” (con genitori dislessici) con la giusta didattica scompaiono. Rileggi: con la giusta didattica, poiché il cervello è plastico, la predisposizione SCOMPARE. Dopo non c’è esame che possa rilevare la “predisposizione “.
        Alla luce dello stato dell’arte della ricerca, e soprattutto del potente effetto Pigmalione, penso sia davvero dannoso dire a genitori e bambini “sei dislessico”. Nell’apprendimento la relazione è tutto: il danno che si provoca con queste etichettature dovrebbe essere evitato.

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      2. Profondamente io sono d’accordo con te, il concetto dell’inesistenza della dislessia come “patologia” si è sempre saputo, e lo sostengo. Lo definiscono “disturbo”, ma anche la zanzara è un disturbo e si può eliminare. Il problema è che il disagio esiste, e molte persone, soprattutto adulti, mi scrivono perché si trovano in difficoltà, “sentono” la loro difficoltà nell’affrontare la vita, il lavoro, la società. Da quando ho aperto il blog, ed ho espresso il mio personale disagio, molte persone si sono avvicinate a me ed hanno riscontrato le stesse mie difficoltà. Io come psicologo ho smesso di fare diagnosi e trattamenti, perché lo trovò un meccanismo inutile che va a favorire solamente la scuola e a compensare una didattica obsoleta. Spero che, come dici tu, venga alla luce una “soluzione”. Intanto mi do da fare per “aiutarmi” ed “aiutare” persone che realmente hanno difficoltà ad affrontare la quotidianità.
        Non ti nego che mi piacerebbe parlarne più approfonditamene con te, sono curioso di conoscere meglio il tuo pensiero e magari di scambiarci informazioni utili. La mia mail è benedetto.fera@gmail.com. a presto Stefano

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  1. Grazie della tua risposta. Non ho un “mio” pensiero.

    Sono d’accordissimo con te. Il disagio esiste eccome. Non penso che la dislessia “non esista” (qualcosa di predisponente è stato trovato, sembra), ma mi pare, nella pratica quotidiana di insegnante, che sia un concetto non utile, anzi spesso dannoso (come moltissime delle etichette che vengono date ai “comportamenti”). Dannoso per i bambini, che etichettati poi si convincono (vengono convinti) di non essere in grado di migliorare, di essere diversi, peggiori. Dannoso per gli adulti di riferimento di questi bambini, che, spesso inconsapevolmente, giustificano le difficoltà con la dislessia, cioè con qualcosa che non sanno di preciso cosa sia, ma che è utile come capro espiatorio. E come tutti i capri espiatori, è utile per sentirsi sollevati da un peso, ma anche per sentirsi un po’ deresponsabilizzati. Inconsapevolmente ad esempio molti insegnanti pensano “non è colpa della mia didattica non idonea, è colpa della dislessia”, e sono quindi meno spinti a provare altre strade per l’apprendimento.
    In definitiva penso che la legge 170/2010 sia nei fatti, se non nelle intenzioni, molto pericolosa per i frutti avvelenati che sta dando.
    Certo la scuola, dall’infanzia alle superiori, andrebbe profondamente riformata per renderla davvero inclusiva, cioè capace di gestire positivamente le differenze e soprattutto le difficoltà. Servirebbe una individualizzazione dell’insegnamento molto spinta, che infatti le direttive del MIUR a parole spingono (come pure la 170). Ma nella pratica quotidiana senza cambiare la didattica l’unico modo sarebbe avere classi di meno di dieci persone, e ciò dal punto di vista economico darebbe insostenibile per lo stato. L’unica alternativa quindi è cambiare la didattica, profondamente. Ma l’unica didattica capace di individualizzare l’apprendimento di un numero cospicuo di discenti è a quanto ne so, il metodo Montessori. Le scuole sarebbero da riformare profondamente, gli insegnanti da formare da capo, ma i risultati ci sarebbero. http://longagnani.blogspot.it/2015/06/valutazione-scientifica-del-metodo.html

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  2. Altra cosa. Perché Montessori funziona? La migliore spiegazione (indiretta però) l’ho trovata nella pedagogia dei gesti mentali di Antoine de la Garanderie.
    Riassumendo: Montessori funziona perché tutte le attività predisposte, l’ambiente, i vincoli, ecc. concorrono ad aumentare l’autocoscienza delle proprie modalità di apprendimento, cosi da potersi adattare poi alle diverse modalità richieste dai diversi *saperi”. I gesti mentali che insegnano ai bambini o ai ragazzi nei corsi di recupero gli esperti di pedagogia dei gesti mentali, sono gli stessi gesti che vengono naturalmente stimolati dalle modalità di apprendimento Montessori. Sostanzialmente si impara come imparare, con l’accento sul “come”.

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