Sono preoccupata per mio figlio

Quali sono i limiti tra madre e figlio?

Parliamo di mamme perché sono coloro che si preoccupano di più del futuro e del presente dei loro figli, di solito i papà si occupano di altre questioni e credono molto nella capacità di cavarsela.

Per la mamma invece, il pericolo è sempre dietro l’angolo.

Questo non è un difetto, ma un allarme configurato nel genoma femminile che deve occuparsi della prole.

Già quando è incinta, il cervello della donna subisce delle trasformazioni a causa dei cambiamenti ormonali dovuti alla gravidanza, una vera e propria preparazione alla nascita del bambino.

Forte senso di protezione, aumentata allerta al pianto del bambino, forte istinto di sopravvivenza , fanno si che la donna diventi mamma.

Ci sono dei confini al rapporto tra mamma e bambino?

I confini si delineano un pò alla volta e di solito sono prima di ordine fisico e poi psicologico.

Quello che vediamo per primo è la capacità di autonomia del bambino: inizia a prendere oggetti, prova a mangiare per conto suo, inizia a camminare, sono tutti primi segni di autonomia e indipendenza.

Non si può certo negare ad un bambino di esplorare e sperimentare, ma ovviamente la preoccupazione aumenta insieme al controllo, fino a quando il bambino non riconosce i pericoli, l’adulto fa da supporto.

Ma il periodo più difficile da affrontare per un genitore è quello dell’adolescenza, dove il figlio inizia ad avere un pensiero indipendente e spesso diverso dai genitori.

Mamma e papa si rendono conto che non possono più controllare il proprio figlio quando ha delle idee divergenti dalle loro, perché si accorgono che pur insistendo con le buone o con le cattive, lui continuerà a pensarla a modo suo.

Come si fa in questi casi?

Prima di tutto accettare il fatto che tuo figlio stia crescendo ed acquisiendo un’autonomia di pensiero che nella maggior parte delle volte è contrastante da quello dei genitori.

In secundis il genitore deve entrare nell’ottica che ormai non si confronta più con un bambino, ma con un adulto perfettamente in grado di scegliere, decidere, e avere un pensiero autonomo.

Tendenzialmente non è facile evitare i contrasti, ma si può imparare a discutere in maniera diplomatica con il proprio figlio, fargli capire che noi ci siamo, rispettiamo il suo pensiero, non vogliamo cambiarlo, ma semplicemente metterlo a conoscenza di quello che è il nostro punto di vista.

Fatto questo, se vostro figlio rimane sulla sua idea e non soddisfa la vostre aspettative, non vi resta che accettarlo.

Insistere è perfettamente inutile!

State tranquilli! Vostro figlio ha recepito il vostro punto di vista, quello di cui dovete convincervi è che le sue scelte possono essere diverse dalle vostre.

In natura questo non succede, perché a questo livello di autonomia, un animale segue la sua strada nella società e diventa indipendente dai genitori.

Per quanto riguarda gli esseri umani, che fanno parte di una società complessa, la scelta della convivenza tra genitori e figli si prolunga oltre limite e quindi si è costretti ad entrare nell’ottica di essere genitori di figli adulti, con i quali si devono confrontare come degli adulti e non più come infanti.

Per quanto voi mamme vi preoccupiate delle scelte che vostro figlio possa fare, non potete ne costringerlo, ne legarlo, ma solo accettare le sue idee in modo da instaurare con lui un rapporto di fiducia “mia madre crede nelle scelte che faccio”.

Sbagliare fa parte del gioco ed evitarlo non servirà, se i ragazzi non si scottano non capiranno mai cos’è il fuoco.

Sbagliare fa parte della loro crescita, serve per capire se le scelte che hanno fatto sono giuste per loro, oppure devono cambiare direzione.

L’errore non dev’essere una scusa incriminatoria della serie “te l’avevo detto”, ma dev’essere visto come una crescita di vostro figlio che acquisisce nuovi strumenti nel suo bagaglio di vita per poter fare delle scelte che si rileveranno giuste.

Che facciamo? vogliamo riconoscere come adulti questi nostri adolescenti?

Articolo scritto da Benny Fera
Psicologo e autore de Il bambino dimenticato

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DSA: Intelligenza emotiva allo sbando

Ho sempre maledetto la mia sensibilità e la capacità di intercettare le emozioni degli altri.

Ho sempre maledetto il fatto di essere eccessivamente introspettivo e continuamente a contatto con le mie emozioni.

Non sapevo che questo tipo di approccio alla vita fosse dovuto ad una spiccata intelligenza emotiva, perché non ne avevo mai sentito parlare.

Sopratutto per il fatto che non mi è stata mai riconosciuta, a me come a tanti altri bambini e ragazzi che ancora oggi frequentano la scuola.

Non è una materia che si studia a scuola, e che tu riesca a metterti in contatto con le tue e altrui emozioni non sembra essere un fatto importante, l’importante è che tu sappia coniugare i verbi e sappia le tabelline a memoria, e non importa che tu lo faccia con le lacrime agli occhi per il dolore che stai provando.

Spesso è proprio una caratteristiche dei dislessici (e DSA in genere), essere molto sensibili ed avere una spiccata percezione del contesto e delle persone che ci stanno intorno, un continuo monitoraggio degli stati interni ed esterni che ci mette alla mercè del brutto e del bello.

A livello emozionale, è difficile avere delle buone percezioni in classe, a meno che tu abbia un insegnante particolarmente simpatico o gentile, di solito la lezione si svolge in maniera fredda e anonima e tu non sei altro che un contenitore di nozioni, senza considerare che hai un cuore e delle emozioni che spesso sono a fior di pelle.

Non sono nè il primo ne l’ultimo che si è sentito violentato a livello emotivo a scuola, e questo ha portato una serie di conseguenze psicologiche che hanno formato la persona che sono oggi.

Difficile sopravvivere a questo contesto, difficile comprendere di che pasta sei fatto quando sei un giovane studente, e sopratutto quando vieni considerato fragile o irascibile, quello che non sanno è che stai soffrendo, quello che fanno e non riconoscere il tuo modo di essere.

La leadership è un elemento fondamentale dell’intelligenza emotiva, quindi che tu un giorno posso assere bravo a motivare altre persone o guidarle in scelte e percorsi di vita e professionali, di questo non gliene frega nienete a nessuno quando sei piccolo e nessuno si prende cura di questa abilità.

Grazie all’intelligenza emotiva, noi siamo più abili degli altri a leggere ciò che non viene detto degli altri e quindi a capire di cosa gli altri hanno bisogno, e se all’inizio lo facciamo solo per l’amico del cuore, con l’andar del tempo può diventare un vero e proprio lavoro.

Gruppi, aziende, genitori, giovani, hanno bisogno di qualcuno che capisce le dinamiche interne e che li guidi verso percorsi di crescita.

Essere un eccellente studente, non ti assicura un futuro radioso, lo stesso vale al contrario, ma questa non può essere solamente una magra consolazione, dovrebbe essere un diritto di ogni cittadino riconoscere le proprie abilità.

Probabilmente siamo ancora troppo ignoranti e crediamo ancora nell’istruzione di massa che ormai non è più funzionale all’individuo e alla società da decenni.

Benny Fera
Psicologo dislessico e autore

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Come si apre una scuola parentale?

Circa 3 anni fa, ho scritto un articolo insieme ad una mamma che pratica Homeschooling per far conoscere attraverso questo blog una realtà della nostra società e cioè la possibilità di accedere all’educazione parentale (clicca qui se vuoi leggere l’articolo)

In questo periodo di Covid, come mi aspettavo, sono aumentate le visualizzazioni di questo articolo, infatti molti genitori sono assolutemente contrari a mandare i propri figli a scuola, cosi stanno facendo richiesta per l’educazione parentale.

In breve la legge sull’educazione parentale dice:

Decreto Legislativo 25 aprile 2005, n.76, art. 1, comma 4: Le famiglie che – al fine di garantire l’assolvimento dell’obbligo di istruzione – intendano provvedere in proprio alla istruzione dei minori soggetti all’obbligo, devono, dimostrare di averne la capacità tecnica o economica e darne comunicazione anno per anno alla competente autorità, che provvede agli opportuni controlli”. Pertanto, la scuola non esercita un potere di autorizzazione in senso stretto, ma un semplice accertamento della sussistenza dei requisiti tecnici ed economici.

In pratica attraverso una richiesta scritta al dirigente scolastico ed al comune di residenza, ogni genitore, con dei requisiti tecnici ed economici, può ritirare il figlio da scuola e istruirlo a casa, inoltre c’è la possibilità di delegare un tutor per l’istruzione del proprio figlio.

In molti casi, genitori si sono riuniti per aprire scuole parentali, garantendo ai figli un’istruzione più adatta ai criteri dei genitori stessi.

Un articolo recente, segnala l’aumento delle richieste di educazione parentale, ovviamente dovute al Covid.

Dietro questa scelta c’è anche una personale scelta educativa dei genitori che ritengono la scuola pubblica non adeguata al ruolo.

Infatti non è detto che bisogna stare fissi su libri e quaderni per imparare, ma ci sono svariati modi per aiutare i bambini ad apprendere.

Per questo motivo ho deciso di creare dei corsi di formazione per genitori o associazioni che intendono intraprendere il percorso di educazione parentale.

Le associazioni private di professionisti che si occupano di dislessia, hanno già tutte le carte in regola per assicurare ai bambini l’apprendimento necessario.

Potrebbe essere una buona opportunità per quegli studenti che stanno vivento male il percorso scolastica e per i quali la scuola diventa uno stigma per la vita.

Questo lavoro per me diventa fondamentale proprio perché io stesso sono stato vittima della scuola, e non sono state poche le conseguenze che ha portato nella mia personalità (per approfondire ti consiglio di leggere “il bambino dimenticato“)

Qualora fossi interessato, non esitare a contattarmi e cercheremo di scegliere il percorso più indicato alla tua situazione.

Attraverso una formazione in presenza, scioglieremo tutti i nodi e le questioni legati ai vostri dubbi.

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Benny Fera
Psicologo dislessico e autore

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Voti e giudizi separano gli adulti dai giovani.

Lo so, non è sempre cosi, ma è una regola decennale del mondo scolastico.

è l’adulto che decide cosa devi studiare e per quanto tempo.

è l’adulto che ti da un voto e un giudizio per il tuo rendimento scolastico.

In effetti è questo che succede tutti i giorni a scuola, ma ripeto, ci cono sempre gli insegnanti che non fanno pesare il loro giudizio sui giovani cercando di mantenere un rapporto di fiducia.

Nella maggio parte dei casi si crea un muro tra studenti e insegnanti, non ci può essere sincerità e fiducia dove c’è qualcuno che è costretto a giudicarti.

Spesso non è nemmeno l’impegno che si valuta, perché nel caso dei dislessici, l’impegno è molto più forte rispetto a un ragazzo che apprende con facilità.

Lo sforzo che un dislessico deve fare tutti i giorni per mandare a mente le nozioni non è assolutamente paragonabile a quello degli altri, se dovesse essere giudicato per l’impegno dovrebbe avere 10 in tutte le materie.

Ma è un vero peccato che ci sia questo distacco tra mondo dei giovani e adulti, i ragazzi non sono tranquilli, e sentono di dover assumere un atteggiamento subalterno in classe se vogliono essere giudicati come “bravi studenti.”

Questa barriera consente agli insegnanti di lavorare in classi molto numerose e tenere a bada lo spirito libero di tutti gli studenti.

Se in una classe numerosa ognuno esprimesse le sue opinioni e le sue personali esigenze, non si riuscirebbe a creare un contesto educativo efficace.

La soluzione più semplice è stata quella di creare classi numerose, stabilire un buon numero di regole e proporre delle lezioni frontali con delle nozioni prestabilite.

Qualcosa del genere poteva funzionare 100 anni fa, quando il tasso di analfabetismo era altissimo e bisognava formare le nuove generazioni ai lavori disponibili al tempo.

Adesso la situazione è molto cambiata, tutti abbiamo accesso alle informazioni attraverso il web, sarà successo anche a voi di dire la vostra ad un medico perché vi siete documentati su internet, oppure di sapere qualcosa in più su un determinato argomento rispetto al professionista di settore, oggi tutti abbiamo la possibilità di imparare.

Non ha più senso una scuola che offre contenuti standard perché bisogna lasciare spazio alla personalità e al senso critico, bisognerebbe dare la possibilità ai giovani di capire fino in fondo la società in cui vivono e viverla al 100%.

Invece oggi i giovani mi sembrano tanti emarginati che non hanno voce in capitolo, spesso i ragazzi vengono visti come quelli che non sanno, come gli ignoranti che devono ancora completare gli studi e spesso ci sentiamo una spanna sopra di loro.

Pensaci un attimo, è questo l’atteggiamento che abbiamo verso i giovani, non li ascoltiamo nemmeno, ma tendiamo a dare il nostro consiglio o addirittura gli diciamo come e cosa devono fare anche quando non è richiesto.

Sarebbe bello se i ragazzi fossero parte attiva della nostra società, sarebbe bello se non fossero considerati “stupidi” o quantomeno “pivelli”, in realtà spesso i giovani mostrano di essere molto più intelligenti e saggi di molti adulti.

Sono convinto che i giovani come gli anziani sono categorie emarginate, infatti sono abituati a stare tra di loro perché sentono questo divario enorme con gli adulti.

Come sarebbe un mondo dove i giovani fossero integrati nella società invece che emarginati nelle scuole?

La formazione scolastica è sufficiente a dare vita a degli adulti consapevoli e autonomi oppure crea soltanto delle menti frustrate e ricolme di contenuti?

Non so, io ho troppi dubbi verso la scuola e voi lo sapete, magari aiutatemi a cambiare idea se vedete delle prospettive più ottimistiche.

Benny Fera
Psicologo dislessico e autore de Il bambino dimenticato

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Parliamo di dislessia: 2 incontri a Bari

Con l’uscita del suo nuovo libro “Il potenziale DSA”, il Dr. Benny Fera, psicologo dislessico e autore, organizza un evento dedicato ai genitori e insegnanti per guardare la dislessia sotto una nuova luce.

Le date sono il 17 e 18 Ottobre dalle ore 18:00 presso Via Messina 7 a Bari – S. Spirito, presso la scuola Yoga Fissa Dimora.

Abbiamo provveduto a garantire la distanza delle sedute, indosseremo la mascherina per tutta la durata dell’evento (1 ora circa)

I posti sono limitati a 20, ed è necessario prenotare.

scrivi su Whatsapp o chiama al numero 348 0019600

DSA: ci stiamo concentrando troppo sulle difficoltà

Mi ha fatto molto piacere l’intervento di un Neuropsichiatra che all’evento di Rutigliano sulla dislessia con il bambino dimenticato, ha esordito dicendo “finalmente qualcuno che mette in luce questa problematica, ci stiamo concentrando troppo sulle difficolta dei dislessici e molto poco sui punti di forza.”

Penso che nella mia mente come nella mente di molte altre persone, il concetto è abbastanza chiaro, è ovvio che nei casi di DSA ci sono delle difficoltà, ma partendo dal presupposto che non si tratta d una malattia, perchè non riusciamo a far spiccare il volo a questi studenti?

In tutta sincerità sono molto pochi gli studenti che spiccano il volo a scuola, ormai è diventato un luogo di passaggio o di parcheggio, dove imparare nozioni generiche di dubbia importanza per la società di oggi, ma senza aprire questo capitolo, si potrebbe almeno evitare che ci siano studenti sofferenti.

Ci sono ancora molti studenti non diagnosticati DSA o semplicemente con diverse difficoltà che affrontano con fatica il percorso scolastico, con la legge 170 siamo comunque riusciti ad ottenere delle migliorie, ma davvero pretendiamo che tutti i genitori e gli insegnanti accettino le difficoltà del figlio e si approccino alla neuropsichiatria infantile per una diagnosi?

Non è di certo un obbligo ed è una scelta che può avere molte motivazioni personali che non sono giudicabili, nessuno di noi può sapere con certezza cosa si nasconde dietro un rifiuto della famiglia.

La legge 170 è stato solo un passettino per poter ottemperare alle difficoltà degli studenti, ma fino a quando non spostiamo lo sguardo verso il vero problema, non riusciremo a risolverlo.

Se per la maggior parte degli studenti il metodo scolastico va bene, per il 4% degli studenti no!

Anche se si tratta di piccoli numeri, è da escludere che in una scuola, che dovrebbe essere un luogo di crescita, ci siano studenti emarginati.

Io ci metterei anche dentro tutti quegli studenti che studiano solo per accontentare i docenti e i genitori, ma non hanno nessun interesse nella didattica.

Con questi numeri saliamo almeno all’80% degli studenti, quindi cosa ce ne facciamo di questa scuola?

I ragazza sicuramente non si formano in classe, ma sui social, dove seguono i loro beniamini e li emulano creandosi anche loro un personaggio, che sia giusto o sbagliato, dobbiamo evidenziare il fatto che la scuola fallisce quando si tratta degli interessi dei giovani. Un tipo di scuola del genere non giova a nessuno, e se pensate che un diploma o un buon voto siano la sicurezza per il futuro, vi state sbagliando di grosso, il mondo del lavoro ormai non si basa più sul livello di istruzione, ma sulle competenze specifiche e l’esperienza che hai.

A questo punto cosa resta di un dislessico che esce da scuola?

Molto poco, visto che fino a quel momento ha dedicato il tutto il suo tempo a potenziare della abilità molto diverse dalle sue caratteristiche cognitive specifiche.

Effettivamente uno studente con DSA, è costretto solo tardi a capire quali sono le sue potenzialità, perché a scuola non si lavora abbastanza sulle abilità creative, motorie, artistiche, esperienziali, che sono alla base di un cervello dislessico.

La scienza, la scuola, e tutta la società legata all’apprendimento, dovrebbe uscire dall’idea della scuola classica, e sopratutto uscire dall’idea di dover dare degli strumenti agli studenti per stare meglio in classe, concentriamoci tutti nel cambiare la scuola cercando di creare spazi e metodi alla portata di tutti i bambini e ragazzi. iniziando dal fatto che nemmeno un adulto riesce a stare 6 ore fermo sulla sedia.

Ti consiglio di leggere Il potenziale DSA per capire quali sono i punti di forza dei dislessici CLICCA QUI

e ti consiglio anche La scuola dei miei sogni, per comprendere il mio modo di vedere la scuola. CLICCA QUI

Un dislessico può imparare tutto da solo

Riflettevo sul mio passato e su quanto fatica ho fatto a scuola per imparare delle nozioni sotto la supervisione di un insegnante.

Eppure la logica dovrebbe far pensare che avendo a disposizione un adulto che ti insegna, dovresti imparare tutto con facilità.

Ma non è sempre così.

Da studente ero estremamente riluttante all’idea di dover imparare delle cose che mi diceva qualcun altro e non mi arrendevo all’idea di avere degli interessi ben specifici che andavano su un binario diametralmente opposto a quello scolastico.

Prima di tutto sarei voluto stare all’aperto, ma non fuori al giardino della scuola, ma nei boschi e nelle radure, e poi avrei voluto un adulto che mi insegnasse tutto sugli animali.

C’è qualcosa di sbagliato in questo?

Assolutamente no! Sono sicuro che avrei imparato tantissimo e mi sarei sentito anche realizzato, ho sempre avuto uno spiccato intuito verso il comportamento animale, purtroppo mai sfruttato a pieno.

Invece sono stato costretto a stare 6 ore al giorno chiuso in classe, più altre 6 a fare i compiti il pomeriggio.

Da adulto, una volta laureato, ero un pò frastornato e ben lontano da tutti i miei interessi da bambini, avrei dovuto trovare un lavoro o qualcuno che mi insegnasse a farlo, ma è stato davvero difficile per me dovermi arrendere all’idea che qualcuno mi dovesse insegnare qualcosa.

Mi sono rimboccato le maniche ed ho deciso di imparare tutto per conto mio e di realizzarmi in qualcosa che mi interessasse veramente.

Ma quindi un dislessico che definiscono con “Disturbo di Apprendimento”, può imparare qualcosa?

La risposta è si!, anche se dicono che abbiamo un disturbo.

Da solo ho imparato ad aprire e gestire un blog;

Da solo ho imparato a scrivere e a pubblicare libri su Amazon;

Da solo ho imparato a studiare attraverso i libri tutto quello che so sui DSA, sul marketing, sulla comunicazione.

Da solo ho creato dei percorsi di formazione per insegnanti e genitori che a quanto pare sono utili.

E adesso chi è che insegna?

Strano no?

Un dislessico come me che a scuola non imparava nulla, adesso addirittura insegna agli altri!

È necessario che qualcuno si faccia un esame di coscienza e si renda conto che la scuola non sta formando gli studenti, ma li sta trasformando in qualcosa che non sono.

Ognuno ha i suoi interessi e dovrebbe avere la possibilità di seguirli.

Molti dislessici non riconosciuti, diventano depressi, ansiosi e assumono comportamenti antisociali ed a volte prendono delle strade fuori dalla legge.

Perchè questo succede?

Perché si sono sentiti accusati da tutti e si sentono degli emarginati, sono ragazzi che non hanno mai avuto la possibilità di costruirsi il proprio futuro.

Con il mio esempio ho dimostrato che non solo un dislessico può imparare, ma lo può fare addirittura in autonomia, e sapete quali sono gli ingredienti magici? motivazione e interesse.

Benny Fera
Psicologo dislessico e autore

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Anche i genitori dei dislessici hanno bisogno di aiuto

È vero, stiamo pensiamo molto ai bambini.

Ci teniamo molto a loro e alla loro crescita e cerchiamo di dargli le migliori condizioni per stare al mondo.

In questo periodo si parla molto di Disturbi Specifici di Apprendimento e di quando la scuola e la famiglia si sforzi di far si che questi bambini trovino meno ostacoli nel loro percorso di studi.

La legge 170 ha sicuramente dato delle regole base per aiutare gli studenti con DSA, ma questo non basta.

Proprio Sabato 10 Ottobre 2020, ho avuto il piacere di essere ospite presso la sede comunale di Rutigliano grazie all’organizzazione dell’associazione Amici di Zorba.

La questione chiave su cui ho voluto fare luce è che, si è vero, abbiamo fatto tanti passi avanti, ma ancora non basta.

Non dobbiamo concentrarci solo sulle difficoltà dei bambini, ma anche e soprattutto sui loro punti di forza.

Bisognerà fare in modo che la scuola non offra soltano nozioni e la legge 170, ma che diventi un laboratorio pratico di idee.

C’è bisogno che la metodologia scolastica coltivi l’intelligenza e non diventi uno strumento coercitivo di memorizzazione passiva.

Bisogna dare la possibilità al bambino creativo di essere considerato al pari del bambino che fa bene i calcoli.

Ognuno ha le sue abilità e bisogna fare in modo che la scuola sia un percorso di crescita verso la scoperta di esse.

Meglio essere il migliore in ciò in cui sei bravo, che essere mediocre in ciò in cui non lo sei, non sei d’accordo?

Una questione molto vera e cruda si è sollevata durante il convegno.

L’intervento di un genitore che non si sente aiutato e ribadiva il fatto che “abbiamo fatto tanto per i bambini, ma per noi genitori cosa state facendo? come ci aiutate?”

In effetti le spese e l’impegno che un genitore deve sopportare per aiutare il proprio figlio con i compiti, con la scuola e con l’autostima, non sono indifferenti, e queste spese sono tutte a carico del genitore.

Purtroppo è vero, perché fino a quando dovranno essere gli studenti ad adattarsi alla scuola, ci sarà sempre un gap troppo alto da superare.

Fino a quando la scuola non riuscirà ad ottemperare alle esigenze educative di tutti, dovrà sempre fare capo a risorse esterne che garantiscano di mantenere il passo con l’andamento scolastico.

Questa rincorsa dei bambini e questo affanno dei genitori che devono lavorare il doppio per poter sopportare le spese extra-scolastiche dei propri figli non è nemmeno lontanamente paragonabile a ciò che si dovrebbe chiamare scuola.

Oltre a questo, ad ogni mio convegno scorgo lacrime negli occhi di molti genitori, lacrime trattenute che sgorgano quando di avvicinano a me per raccontarmi la loro sofferenza.

Per questo motivo ho pensato di aprire un canale di supporto per loro per indirizzarli meglio verso uno sviluppo psicologico sano dei propri figli con DSA.

Ad oggi, ringrazio il paese di Rutigliano per l’ospitalità, e l’Associazione Amici di Zorba per aver scelto me ad esporre un tema quanto mai caldo in questo periodo.

Ringrazio sopratutto i genitori e i ragazzi presenti che ogni volta mi fanno capire quanto sia importanti il mio contributo.

Un profondo grazie a tutti e vi aspetto ai miei prossimi eventi.

Benny Fera
Psicologo dislessico e autore

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Il futuro dei DSA

“E se non trovi la tua strada, sono problemi tuoi”

Mi circola in testa questa frase da qualche giorno pensando al fatto che l’educazione di tipo scolastica pur provvedendo all’istruzione, non provvede alla crescita personale individuale.

La parola “crescita personale” può sembrare uno slogan new age, in realtà è la base che ogni individuo dovrebbe avere.

Sento spesso parlare di crescita personale associata al mondo degli adulti, questo perché molte persone non hanno ancora trovato la propria strada, cercano dei percorsi di crescita personale per scoprire le proprie potenzialità e sfruttarle.

È proprio vero, non tutti riconoscono le proprie potenzialità, sopratutto quando vengono considerate di second’ordine o addirittura inutili.

Ad esempio la creatività e la sensibilità che sono alla base dell’arte, sembrano argomenti vacui che vengono poco presi in considerazione dal mondo scolastico.

Di certo una mente creativa, non si nutre di nozioni imparate a memoria, ma è stimolata quando può usare la creatività nella sua specifica maniera.

Dopo anni passati in classe, la tua vita si trasforma lentamente in un surrogato di te stesso.

Non sai più chi sei, e ti convinci che se non sai fare le cose come gli altri, vieni etichettato come una persona che nella vita non avrà successo.

Come il caso di Valeria Cagnina, una ragazza del 2001 che aveva già intrapreso autonomamente la strada della robotica, portando importantissime innovazioni in questo campo e diventando tra le prime 5 donne al mondo più influenti nel settore.

Eppure la sua scuola non ha previsto un riconoscimento per il successo di Valeria, anzi, ha rischiato la bocciatura per le assenze e lo scarso rendimento.

La ragazza ha scelto di diplomarsi privatamente e spiccare il volo nella sua nuova azienda di robotica, attraverso la quale è riuscita anche a creare un modello educativo sperimentale e personalizzato.

Questo è solo un esempio tra tante migliaia, che descrivono come la scuola ha trasformato profondamente la nostra personalità nel bene e nel male.

Molti di noi portano ancora addosso un grande senso di insoddisfazione per non aver ancora trovato la propria strada e non aver trovato nessuno che li aiutasse a capire le proprie abilità.

Perché a scuola non aiutiamo i bambini a crescere secondo le proprie capacità e non secondo degli standard predefiniti?

È una domanda che mi faccio da molto tempo ormai, sopratutto da quando ho capito che il mondo è cambiato tanto, ma la scuola non è cambiata affatto.

Letture consigliate: La scuola dei miei sogni clicca qui

Benny Fera
Psicologo dislessico e Autore

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Mi piace la maestra che sorride

Tornavo dalle poste e avevo davanti a me una bambina con la mano stretta in quella della sua mamma.

La mamma curiosa le chiedeva come fosse andata e cosa avessero fatto in classe.

In particolare si disquisiva sulla maestra preferita.

“Mamma mi piace la maestra Claudia!”

“E come mai è la tua preferita? perché spiega bene?”

“No mamma, perché è quella che sorride di più!”

Infondo spesso noi adulti ci perdiamo in un marasma di nozioni e tecnicismi, pensando come rendere l’apprendimento accessibile a tutti.

Ma in realtà basta poco per ottenere l’attenzione dei bambini.

Affetto ed empatia, sono gli elementi che aprono la relazione all’emotività, il primo fondamentale passo per costruire un rapporto di fiducia tra studente e insegnante.

Il piccolo studente, fuori dalla famiglia, non cerca altro che un nuovo punto di riferimento che risulti familiare, un porto sicuro dove chiedere aiuto al momento del bisogno.

Sono bambini, e per questo hanno bisogno di figure accoglienti che ancora una volta si prendano cura di loro.

Cosa succede quando un bambino non trova una figura di riferimento fuori dalla famiglia?

Si perde!

Sembra spaesato e sopratutto chiude tutti i canali dell’apprendimento.

Non serve essere degli insegnanti preparati per insegnare, serve avere il cuore aperto e approcciarsi in modo naturale.

Benny Fera
Psicologo dislessico e autore
Formatore DSA

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