DSA: potrebbe fare di più!

Gli scarsi risultati scolastici spesso non sono dovuti allo scarso impegno, ma ad alcune caratteristiche cognitive

Se sei un genitore o uno studente, probabilmente ti sarà capitato molte volte di sentire queste frasi:

“Potrebbe fare di più”

“È intelligente, ma non si applica”

“È svogliato”

Anche se abbiamo fatto passi in avanti sulla conoscenza della dislessia, molti insegnanti pensano ancora che i risultati scolastici di una studente siano proporzionai al suo impegno.

Purtroppo non è così

Vi è mai capitato di stare ore sui libri e ricordare pochissimo il giorno dopo?

Ebbene è stato sempre il mio cruccio per tutti gli anni di scuola.

Se non conosci come funziona il tuo cervello le cose si complicano.

Molti non sanno che alcuni cervelli sono geneticamente predisposti per pensare ad immagini e quindi hanno poca dimestichezza con lettere e numeri.

Per i DSA è molto difficile attenersi alla realtà del testo, perché la mente divaga.

Non è una cosa di cui vergognarsi o arrabbiarsi.

Il cervello di alcuni di noi è generativo, creativo.

Non è fatto per immagazzinare molti contenuti, al contrario per natura tende a generare sempre nuove idee.

Ricordo che durante le interrogazioni mi dicevano spesso che non mi attenevo al testo e che davo una mia interpretazione a quello che c’era scritto.

Ovviamente me ne vergognavo!

mi accorgevo che la mia mente tendeva sempre ad interpretare a modo suo.

A nessun insegnante piace che ti metti a fare il filosofo, loro vogliono sentire la lezione così com’è scritta sui libri.

Eppure una caratteristica tipica della mente DSA è quella del pensiero creativo.

Una ricerca spontanea di nuove idee ed interpretazioni della realtà.

Purtroppo per esperienza ho imparato che a scuola c’è poco spazio per questo modo di essere e spesso si viene denigrati.

Alla fine ti fanno credere veramente di essere “strano” ed inizi a pensare che il tuo cervello non funzioni bene.

Solo dopo anni di lavoro su me stesso ho iniziato a vedere le mie caratteristiche come abilità, e non come “stranezze”.

Quindi non demordere, non sei strano, non sei svogliato. L’unica cosa vera è che sei intelligente e questo i professori lo sanno.

Solo che loro non sanno come mettere a frutto la tua intelligenza.

Benny Fera
Psicologo e Autore

Il bambino dimenticato
Come viviere da dislessico
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Benny fuori classe

Quanto è importante il test di intelligenza nei DSA?

Il testi di intelligenza non è la verità assoluta!

Mi scrive una mamma

“Mio figlio ha fatto il test di intelligenza con risultato Q.I. = 71; ho paura che gli insegnanti si facciano pregiudizi su di lui! Non riesco ad accettare il fatto che si debba giudicare una persona in base ad un numero; lei ci crede in questi test?”

La mia prima reazione a questo messaggio è stato di smarrimento.

Questa mamma ha ragione, ma come avrei potuto aiutarla?

Ad oggi nella diagnosi di DSA è previsto un test di Intelligenza (di solito la WISC), che serve a garantire che le difficolta di apprendimento non siano dovuti ad un livello cognitivo sotto la media, solo successivamente si procede con i Test Specifici di lettura, scrittura e calcolo previsti per il DSA.

Non abbiamo alternativa, a meno che il genitori non si rifiuti di sottoporre il figlio a diagnosi, il test di intelligenza è un processo obbligato perché la scuola ha bisogno di certificati per procedere con il Piano Didattico Personalizzato.

Da parte mia come psicologo trovo questo anti etico, mi rifiuto di pensare che bambini in tenera età debbano essere sottoposti allo stress di una diagnosi alla neuropsichiatria infantile a meno che non ci siano rilevanti problemi che mettano In pericolo la sua vita.

Ma attualmente la scuola vuole questo, che tu la voglia chiamare diagnosi o certificazione, è l’unico mezzo oggi nelle scuole per poter “aiutare” questi bambini.

In quanto al test di intelligenza, quanto è credibile?

Non è la verità assoluta.

Il test di intelligenza è solo un riferimento in base ad un campione normativo della popolazione.

Questo vuol dire che questo test è stato costruito tarandolo su un campione di bambini (non tutti i bambini del mondo).

Questo test ci da semplicemente un riferimento su quale dovrebbe essere la media di intelligenza sotto la quale non si dovrebbe scendere per poter svolgere le normali funzioni cognitive e sociali.

Le prove del test comprendono domande di logica, conoscenze generali, Problem solving, memoria… che servono a mettere alla prova le abilità del bambino e calcolare, attraverso il punteggio ottenuto, a che livello si posiziona rispetto al campione normativo.

Spesso si ha la tendenza a credere troppo nei numeri e nelle classificazioni per una questione di comodità.

Tra l’altro non è detto che avere una intelligenza sopra la media sia positivo … anzi!

Spesso essere troppo intelligente crea dei problemi a livello sociale, ti senti solo, perché non provi interesse per quello che fanno i bambini della tua età, e quindi spesso si viene esclusi.

L’ansia del genitore è giustificata, nessuno vuole vedere il proprio figlio etichettato, e tanto meno a nessun genitore piace sentirsi dire che il proprio figlio ha un’intelligenza sotto la media.

La nostra società dovrebbe basarsi sui valori della fratellanza, della condivisione, della crescita personale, dell’indipendenza.

Al contrario la società di oggi si basa sulla competizione.

Una competizione che ha reso la nostra vita estenuante e piena di ansie.

Cari genitori, almeno voi nella vostra famiglia, sforzatevi di accettare i vostri figli per quello che sono e non per come li vorreste.

Questa corsa ad essere il primo non ci porterà da nessuna parte.

Benny Fera
Psicologo e Autore

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Benny fuori classe

Dislessia e DSA: Ancora molta ignoranza sul tema

Conoscere la dislessia attraverso il cuore, questo è il mezzo più veloce.

Un tema molto attuale che riguarda la scuola è la formazione sulla Dislessia e i Disturbi Specifici di Apprendimento.

Costante e forte nasce la richiesta di corsi di formazioni per docenti, genitori e studenti che non conoscono il problema.

Le necessità sono diverse:

Esigenza di formare gli insegnanti in modo che sappiano attuare i PDP in classe.

Uno dei maggiori disagi lamentati dai genitori, e dagli stessi studenti, è che spesso il PDP in classe non viene rispettato.

Mezzi compensativi che non vengono utilizzati e attuati male.

Metodi dispensativi mai messi in pratica.

Si lamenta ancora una grande ignoranza da parte della maggior parte degli insegnanti che credono che questi Piani Didattici siano vantaggiosi per i DSA e discriminatori verso gli altri studenti.

Gli stessi compagni di classe si ribellano al fatto che alcuni studenti (DSA) possano avere delle “agevolazioni”.

D’altra parte anche gli insegnanti ben preparati sul tema, lamentano il fatto che molti genitori prendono le distanze dalla richiesta di certificazione.

Insomma il problema è abbastanza trasversale.

In linea di massima le persone più informate sono i genitori con figli DSA che loro malgrado devono essere molto aggiornate sul tema in quanto devono occuparsi personalmente che la legge 170 venga rispettata.

Sono passati anni ormai, ma la situazione stenta a cambiare…

ci sono ancora troppe persone nella scuola e fuori dalla scuola che non conoscono la problematica.

Scambiano la Dislessia per una malattia.

Ragazzi DSA costretti a subire bullismo e discriminazione

Alla fine tiriamo fuori dalla scuola ragazzi con l’autostima sotto i piedi che hanno paura di affrontare la vita.

Riusciremo ad informare tutti?

La mia risposta è no

Alla maggior parte delle persone non interessa la dislessia, quindi perché dovrebbero informarsi?

Nessuno obbliga gli studenti non DSA e i loro genitori ad informarsi sul tema.

Si è parlato di corsi obbligatori per insegnanti

Una volta sono stato ad uno di questi corsi.

Estremamente tecnici e noiosi, la maggior parte dei docenti presenti era distratta al telefonino.

Gli stessi docenti distratti che alla fine del corso hanno ricevuto l’attestato di partecipazione.

Sarà servito?

Sarà sufficiente?

Non credo…

Dobbiamo rassegnarci all’idea che non sono le persone che devono cambiare

Se aspettiamo che tutti conoscano la Dislessia, non ne usciamo più.

La finalità è quella di cambiare la scuola.

Mettere una pezza a quello che già esiste è soltanto una soluzione temporanea.

Non dovrebbero essere i ragazzi ad adattarsi al sistema scolastico.

Ma che sia il sistema in grado di adattarsi a tutti.

Altrimenti non possiamo definire la scuola un sistema educante.

Come fare?

Io ho proposto il mio progetto attraverso “la scuola dei miei sogni“, potrebbe essere uno spunto interessante per capire quali dovrebbero essere le finalità educative sui giovani esseri umani.

Parlando con una mia collega mi diceva:

“Benny quello che hai scritto nel tuo libro è tutto vero, e sarebbe bellissimo, ma la scuola sta troppo indietro, e per fare quello che tu dici ci vorranno decine e decine di anni!”

è vero, non le do torto!

La scuola è troppo indietro ed arenata sulle proprie tradizioni.

Tutto quello che stiamo facendo adesso: Diagnosi, PDP, legge 170, formazione a tappeto, sono gli unici mezzi con cui aiutare questi ragazzi.

Come facciamo a far conoscere i DSA anche alle persone a cui non frega niente?

Con la sensibilizzazione ….

Trovo che la testimonianza dal vivo sia il mezzo migliore per arrivare anche alle persone a cui non interessa la Dislessia e i DSA.

Passare attraverso un vissuto reale riesce ad aprire una potente comunicazione emotiva che apre la mente anche ai meno interessati.

Mi è successo più volte che alla fine dei miei interventi in pubblico, genitori o ragazzi che sono venuti solo come accompagnatori, siano stati entusiasti di sentire la storia del bambino dimenticato e quindi di imparare qualcosa in più sul cervello umano e le diverse caratteristiche del cervello.

Conoscere la dislessia attraverso il cuore, questo è il mezzo più veloce.

Benny Fera
Psicologo dislessico e autore
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Quando il cervello diventa tuo nemico.

L’autostima dipende si costruisce attraverso l’immagine che i nostri educatori ci restituiscono

A volte il cervello può diventare nostro nemico. Questo dipende dalle esperienze che abbiamo vissuto Queste esperienze creano una traccia indelebile nel nostro cervello … l’educazione che riceviamo da piccoli è l’impronta che costituisce la nostra personalità. Da grandi saremo il frutto dei semi che sono stati piantati nella nostra mente. Quali semi? I semi sono quello che ci hanno detto o insegnato i nostri educatori, che siano genitori o insegnanti. Quando siamo piccoli noi crediamo ad ogni parola che essi ci dicono e finiamo anche per farle diventare una parte di noi … Non solo! Queste parole, giudizi e credenze diventano parte integrante della nostra autostima. Funziona proprio così lo sviluppo della personalità, sopratutto dell’autostima. Nel nostro cervello si creano congiunzioni neurali che forniscono alla persona una immagine di se. Sono stato un asino a scuola! Queste mie difficoltà hanno creato intorno a me un mondo ostile. Gli insegnati mi mettevano brutti voti, note sul diario e mi dicevano chiaramente che ero un asino! I miei genitori perdevano la fiducia in me a causa degli scarsi risultati scolastici. I loro giudizi hanno creato in me una immagine di fallito. Ammetto che fino all’età di 30 anni non ho fatto nulla per stare meglio. Ero convinto di essere una nullità. Ero convinto che la mia vita fosse inutile. Ci sono voluti 2 anni di psicoterapia per trasformare l’idea che mi ero fatto di me. Lo psicologo mi ha dato delle alternative al mio pensiero … Se prima ero convinto di essere un completo fallimento, un po’ alla volta ho deciso di darmi una possibilità. Se la maggior parte delle persone non hanno creduto in me, non è detto che io non possa crederci. Si è formato un nuovo pensiero nella mia mente, che corrisponde ad un altro fascio di neuroni che invita al cambiamento e a nuove possibilità. Oggi lavoro per tutti quei bambini che soffrono la scuola … Vorrei che a loro fosse data un’alternativa, altrimenti finiranno tutti come me … E spesso non sono storie a lieto fine come la la mia. Benny Fera Psicologo e Autore Il bambino dimenticato Come viviere da dislessico La scuola dei miei sogni Dislessia: quale scuola? Ti ho lasciato un bacio in stazione Benny fuori classe

Hai mai pensato alla scuola come ad un luogo di crescita personale?

Una proposta di scuola che non sia solo voti e memorizzazione, ma anche un luogo di crescita per i giovani.

Nell’articolo precedente vi ho fatto una domanda.

clicca sul link se non hai ancora letto l’articolo: il metodo per DSA

Una domanda abbastanza difficile, considerando che tutti quanti siamo invischiati in un mondo chiamato “scuola” che ci ha sempre fatto pensare a: “educazione, apprendimento, istruzione”.

La domanda era rivolta a tutti, soprattutto ai genitori che hanno figli con DSA:

Che metodo si dovrebbe usare a scuola senza che ci sia bisogno dei metodi compensativi?

Sembra una domanda stupida, ma è abbastanza complessa.

Considerato che i DSA hanno una intelligenza nella norma, ci dovrà pur essere un modo in cui loro imparano!

Partiamo dal presupposto che a scuola non si apprende, ma si impara a memoria.

Sono pochi i casi in cui gli studenti trovino piacere o giovamento da quello che si studia in classe.

La maggior parte degli studenti si annoia, non trova interessi nella scuola e impara la lezione a pappagallo solo per la paura di prendere delle insufficienze.

Apprendere non vuol dire imparare a memoria sotto la minaccia di un voto, bensì la motivazione interiore di imparare qualcosa che ci interessa.

Secondo punto da smontare: non è assolutamente vero che l’apprendimento avviene soltanto attraverso la letto-scrittura.

Voi lo sapete vero?

L’esperienza diretta, la manualità, il gioco libero, video e documentari, sono elementi molto potenti.

Eppure a scuola passa tutto attraverso la scrittura e la lettura.

Strano vero?

In effetti è difficile mentalmente uscire da questo impasse.

Siamo stati tutti abituati alla vecchia scuola, non abbiamo mai provato a mettere in discussione tale metodo.

Adesso che c’è la Dislessia, iniziamo finalmente a pensarci…..

Cosa si sta facendo per il dislessici?

Il programma scolastico è rimasto uguale, sempre apprendimento passivo, sempre gli stessi argomenti, abbiamo solo modificato gli strumenti con cui i DSA possono apprendere, chiamati appunto strumenti compensativi.

Lo studente inoltre, può essere esente da alcune attività scolastiche per esso difficoltose (ed es. leggere ad alta voce, scrivere alla lavagna).

Questo vi sembra sufficiente?

Sembra che questa soluzione funzioni non molto bene.

Spesso genitori, alunni ed insegnanti hanno tanta difficoltà per diversi motivi che non sto qui ad elencare.

Ebbene ho sempre pensato che la soluzione non sia cambiare il modo di studiare degli studenti, ma dare la possibilità a tutti di sfruttare il proprio potenziale.

Per quanto lo studente con DSA possa essere felice di usare gli strumenti per raggiungere lo stesso livello degli altri, non sarai mai completamente felice di doversi adattare!

La mia domanda di ieri era altamente provocatoria, e come immaginavo le risposte che ho ricevuto non si distaccano molto dall’attuale scuola.

Bisogna un pò guardare oltre e pretendere molto di più.

Lungi da me dal dire che la lettura e la scrittura siano inutili, ma almeno cercare di far scegliere ai ragazzi gli argomenti di studio.

Infondo la scuola è fatta di giovani, è brutto pensare che essi non abbiano interessi, loro ne hanno, solo che a voi non piacciono.

Molto importante è anche l’esperienza di laboratorio.

I ragazzi hanno bisogno di sperimentare in tutti i campi della scienza, dello sport, dell’arte, anche senza attività strutturate.

Dovrebbero avere a disposizione tutti i mezzi per poter scegliere cosa gli piace davvero.

Perché devono essere gli adulti a scegliere?

Brutta abitudine quella di obbligare i giovani ad imparare quello che dice l’adulto!

Da adulti saranno abituati a subire le scelte dall’alto e ad avere poco senso critico.

Inoltre non avranno mai sviluppato i loro veri interessi, perché da giovani non hanno avuto la possibilità di conoscersi.

Per crescere una persona ha bisogno di conoscere

Rispondere alla domanda dell’articolo precedente diventa facile se pensiamo alla scuola come ad una fucina di crescita personale.

Conoscere non vuol dire obbligarlo a studiare delle materie ed avere un programma strutturato.

Conoscere vuol dire avere la possibilità scegliere ed avere a disposizione un ambiente arricchito che gli consenta di sperimentarsi.

è ovvio che in questo modo i famosi DSA avranno molti meno problemi, perché oltre a riconoscere i loro limiti nella scrittura e nella lettura, conosceranno anche i loro pregi, che vanno dalla creatività all’intuizione, dalla sensibilità all’empatia.

Immaginate una scuola dove vostro figlio DSA oltre ad essere riconosciuto come problematico nella lettura e nella scrittura, possa essere riconosciuto anche come un ottimo chitarrista, oppure molto bravo nella progettazione, o ancora un trascinatore nel campo della scienza e della biologia.

In questo modo, anche se i compagni e l’insegnante lo sentono leggere male non avranno in mente un ragazzo “difficile”, ma un ragazzo molto dotato in altre attività.

Ne va anche dell’autostima del ragazzo, che non prenderà troppo sul serio il fatto che ha difficoltà nella lettura, perché si riconosce essere più bravo in altre attività dove i suoi compagni falliscono.

Voi tutti sapete che i vostri figli hanno delle doti!

Ma nel mondo d’oggi, quelle riconosciute, sono solo quelle legate alla letto-scrittura.

Per approfondire il mio pensiero sulla scuola leggi il libro “la scuola dei miei sogni”

Benny Fera
Psicologo e Autore

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Il metodo per i DSA

Da sempre la scuola è incentrata su lettere e numeri, un modo di apprendere piuttosto univoco che esclude i DSA.

Oggi voglio lanciare una provocazione.

Non vi sorprende vero?

E’ il mio stile.

Più che una provocazione, vorrei sollevare una riflessione e richiedere un vostro parere in merito a quanto segue.

In tutte le salse ormai abbiamo capito che la Dislessia e i DSA, non sono una malattia.

Pur avendo l’odiosa denominazione di “Disturbo”, non risulta esserci alcuna disfunzione o lesione a livello cerebrale che determini tale difficoltà.

Insomma si parla di una caratteristica cognitiva.

A quanto pare questa caratteristiche consiste in un cervello poco propenso alla letto-scrittura.

Come chiedere ad un mancino di scrivere con la destra.

in buona sostanza il problema è il metodo scolastico!

Finalmente lo abbiamo capito, questo è chiaro!

Si, ma non del tutto chiaro.

Infatti la tendenza è quella di mantenere il metodo tale e quale, ma cambiare le modalità di approccio ai DSA attraverso compensativi e dispensativi, insomma degli strumenti che aiutano il DSA ad essere alla pari degli altri.

Anche se la situazione è decisamente migliorata, ci sono ancora svariate problematiche da risolvere:

  • Genitori che non accettano la diagnosi
  • Alunni che non accettano la diagnosi
  • Insegnanti che non rispettano il PDP
  • Scuole in cui la dislessia è ancora sconosciuta
  • Alunni che usano i metodi compensativi ma vengono scherniti o bullizzati dai compagni di classe
  • Studenti che si sentono un pò “stupidi” a dover essere trattati diversamente dagli altri

Insomma la situazione è più complessa di quanto si pensi.

Oltre tutto i famosi dislessici non sono stupidi, quindi si rendono conto di essere trattati diversamente dagli altri, e per quanto noi adulti ci sforziamo di fargli capire che per lui quegli strumenti sono essenziali e non si deve preoccupare del giudizio dei compagni, e per quanto lui lo capisca e lo accetti, dobbiamo ammettere che non è una situazione facile nel vissuto quotidiano.

Immaginate succedesse a voi sul posto di lavoro, vi piacerebbe?

Insomma siamo in un momento di transizione, in cui più o meno abbiamo capito che il problema è il metodo.

Ma è meglio essere più chiari!

Il problema di metodo non si riferisce solo al “modo” di insegnare, ma anche al “come” imparare.

Da sempre la scuola è incentrata su lettere e numeri, un modo di apprendere piuttosto univoco che esclude molti studenti svantaggiati da questo punto di vista, come appunto i DSA.

Quindi è chiaro?

Il problema è la modalità di insegnamento che passa solo attraverso la letto-scrittura!

Adesso chiedo a voi:

Quale dovrebbe essere il metodo che metta il DSA in condizioni naturali di apprendimento?

Ripeto, per il dislessico non è naturale la letto-scrittura, ha altre doti, tipiche dell’emisfero destro del nostro cervello:

Creatività

Intuito

Capacità di sintesi

Immaginazione

Problem solving

Alta sensibilità

Io mi sono fatto un’idea abbastanza chiara sulle metodologie di apprendimento nei DSA e sui metodi scolastici di cui ho parlato nel libro “la scuola dei miei sogni”

Adesso però ho bisogno del vostro spassionato parere:

Come facciamo ad uscire da questo Impasse metodologico di cui la scuola soffre oggi?

Quale dovrebbe essere il metodo che metta il DSA nelle condizioni di apprendere con facilità?

Voglio aprire questo dibattito perché mi interessa che voi stessi siate pienamente consapevoli e attivi nella soluzione del problema.

Vi ringrazio in anticipo per le vostre eventuali risposte.

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Sono solo gli asini che soffrono la scuola?

A volte dietro ottimi risultati scolastici si nasconde molta sofferenza.

Proprio ieri parlavo con una mia collega.

Quando incontro una persona che la pensa come me sul mondo della scuola scatta subito l’idea “chissà probabilmente anche lei era ciuccia a scuola…”

La mia collega mi parlava molto di sofferenza e ansia durante i suoi anni scolastici.

Con mia grande sorpresa ho scoperto che lei, al contrario mio era molto brava a scuola, sempre voti alti e laureata con il massimo dei voti.

Mi sono chiesto come mai una persona con ottimi risultati scolastici dovesse vivere con ansia questo percorso.

Mi ha spiegato che per lei è stata davvero dura affrontare l’ansia delle interrogazioni, ne ha pagato le spese a livello di stress e ansia.

Ad un certo punto si è guardata allo specchio e si è detta “sono distrutta, sono dimagrita solo per prepararmi alle interrogazioni, ma perché la scuola dev’essere cosi brutta?”

È stato sconvolgente per me scoprire qualcosa del genere.

Ho capito che non sempre è come appare.

Anche chi è molto bravo a scuola può nascondere uno stato di sofferenza.

Mi ha spiegato che l’ansia deriva anche dal fatto di voler mantenere un certo standard di voto.

Sbagliamo a pensare che per alcuni la scuola sia facile.

Pur essendo la più brava della classe, ha dovuto portare questo enorme fardello per tanti e tanti anni!

Ma ne è valso davvero la pena?

In un certo senso si, perché lei ha sviluppato una certa sensibilità verso i giovani e la loro sofferenza.

Ha capito che gli studenti hanno bisogno di essere ascoltati e capiti.

Ci tiene al rispetto della persona!

Per lei viene prima la persona e solo dopo la prestazione!

Di certo la mia collega ancora oggi lotta perché il sistema scolastico cambi e ha dichiarato che non è facile stare a contatto con il sistema scolastico anche come psicologa.

Spesso deve confrontarsi con insegnanti oppositivi.

Con genitori che tendono a demandare l’educazione dei figli.

Tutti i giorni deve fare i conti con la sofferenza dei ragazzi nel suo lavoro.

Non è facile prendersi questo carico ed io voglio farle i miei complimenti!

Vi lascio di seguito il link del suo blog: Cristina Minotti e il suo progetto #ilsorrisonellostudio

Benny Fera
Psicologo e Autore

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