Alessia 18 anni ci racconta il suo percorso con la dislessia

i compagni hanno sempre visto solo le mie difficoltà, sono sempre stata etichettata inferiore, perché usavo calcolatrice e mappe concettuali.

Sono felicissimo di poter dare spazio ai giovani

Alessia mi ha contattato sulla pagina Facebook “Benny Fera – ioeladislessia.com” per raccontarmi la sua storia.

Sono felice perché Alessia, come tanti altri ragazzi, riconoscono in questo blog uno spazio in cui potersi raccontare senza sentirsi giudicati.

Uno spazio creato da chi la sofferenza e il disagio in classe l’ha conosciuto in prima persona e che oggi diventa una risorsa per molti.

Alessia scrive …

Ciao mi chiamo Alessia Finelli, ho 18 anni, e sto frequentando l’ultimo anno di liceo delle scienze umane.

In terza elementare il mio maestro di matematica ha notato in me delle difficoltà di apprendimento.

Ero molto piccola e non sapevo cosa volesse dire “Dislessia” ma con il passare del tempo questa parola divenne per me un incubo, il mio punto debole.

Ancora oggi faccio fatica ad accettarla, forse perché ho sempre avuto a che fare con persone che mi reputavano inferiore.

Sono convinta invece, che essere più lenti rispetto agli altri non vuol dire essere da meno.

Le scuole medie sono state il periodo più brutto della mia vita, ho vissuto un contesto dove la selezione avveniva in base a quello che sei capace di fare.

Tutto questo andava a mio discapito, perché i compagni hanno sempre visto solo le mie difficoltà, sono sempre stata etichettata come inferiore, perché usavo calcolatrice e mappe concettuali.

Per questo ora le mappe concettuali non le uso più, ho imparato a farne a meno.

Oltretutto mi volevano come compagna di banco solo per poter copiare dalle mie mappe durante le verifiche.

L’anno scorso mi è capitato di voler aiutare un mio compagno offrendogli gli schemi riassunti che avevo fatto per un’interrogazione, è stato umiliante sentir dire da un suo compagno: “è dislessica, chissà come saranno…”

Volevo piangere e basta!

Della calcolatrice, purtroppo, non posso farne a meno perché le professoresse, a mio parere, poco competenti, non si sono impegnate ad insegnarmi strategie e metodi diversi per fare i calcoli, mi dicevano semplicemente: “te hai la calcolatrice, devi fare tutto con quella”.

Una frase che mi ha molto segnata detta da un’insegnante: “ti metto 6 perché sei dislessica“ mi ha fatto molto riflettere!

Preferisco prendere 5 con le mie capacità, piuttosto che 6 perché ho un foglio che spiega le mie difficoltà!

Ma cosa c’è di più brutto di sentirsi dire dalle compagne “ma se lo avessi io il PDP….!!”, la gente non sa quello che dice perché non riconosce le nostre difficoltà.

Per me quella certificazione è un ostacolo che non so se riuscirò mai a superare!

Anche il solo sentire alla tv parlare di questa difficoltà mi rende nervosa!

Ma forse è grazie a questa difficoltà che ho sempre più voglia di imparare anche cose in cui faccio fatica?

Ci provo sempre, e se non ci riesco chiedo aiuto e provo ancora … ma non mollo!

Le difficoltà che ho passato in questi anni mi hanno portata ad imparare in silenzio e parlare poco, perché ho paura di sbagliare di essere presa in giro.

Spero un giorno di accettare tutto questo è poterne parlare in tranquillità e magari aiutare altri ragazzi come me

Alessia Finelli

Ringrazio fortemente Alessia per aver voluto condividere con noi questa sua esperienza.

Non mi resta che aggiungere le mie considerazioni …

Posso sicuramente prendere spunto da questa testimonianza per rimarcare il fatto che il momento storico in cui ci troviamo non va a vantaggio di nessuno.

Sembra che chiudere un buco da un lato ne apre 10 dall’altro.

Per quanto molti insegnanti credano che la certificazione e i metodi compensativi e dispensativi siano utili, dall’altro lato creano un’enorme discriminazione tra i compagni.

Un errore non da poco se consideriamo che l’adolescenza è un periodo molto delicato in cui un giocane cerca un’identità sociale, e sono sicuro che ne Alessia, ne molti altri studenti vogliono identificarsi in una qualsiasi etichetta.

Un problema sicuramente da prendere in considerazione in questo momento storico dove si da troppo conto ai voti e al programma scolastico lasciando poco spazio a valori umani e psicologici della persona.

Non sono le nozioni che costruiscono l’identità e l’autostima della persona, ma il dialogo, le relazioni, l’empatia e il riconoscimento delle proprie capacità.

Oggi stiamo mettendo troppo il punto sulle difficoltà degli studenti, senza pensare che un sistema scolastico basato sull’apprendimento mnemonico avvantaggia alcuni a discapito di altri.

E’ difficile aprire la mente su un sistema scolastico che oramai tiene il suo stampo da decenni.

Per provare ad avere una visione diversa dell’educazione vi consiglio di leggere “la scuola dei miei sogni”, provate a sentire nello stomaco se vi suona bene quello che leggerete.

Cosa stiamo dando ai giovani?

Ad Alessia abbiamo consegnato un bagaglio di insicurezze.

Vogliamo andare avanti cosi?

Benny Fera
Psicologo dislessico e Autore

Servizio di formazione e sensibilizzazione DSA

Il bambino dimenticato
Come viviere da dislessico
La scuola dei miei sogni
Dislessia: quale scuola?
Ti ho lasciato un bacio in stazione
Benny fuori classe

Scolarizzare i bambini del 2020!

Cerchiamo di capire il senso della scolarizzazione nel 2020, ha senso l’educazione che stiamo dando ai bambini?

Siamo quasi approdati nel 2020 e l’unica istituzione che si evolve troppo lentamente è la scuola.

La domanda di oggi è: “ha senso tenere i bambini in classe ad ingurgitare nozioni, quando la fuori il mondo corre alla velocità della luce?”

“esattamente a cosa stiamo preparando i bambini?”

L’approccio scolastico ha proprio l’aria di caserma, dove le regole e le nozioni imposte dall’alto la fanno da padrone.

Cose come “fare l’appello” “scrivere alla lavagna” “fare il dettato” suonano tanto come modello del lavoratore in fabbrica.

Il problema è che il periodo dell’industrializzazione è finito da un pezzo e di queste mansioni non ne abbiamo più bisogno.

Un tempo i bambini venivano formati al meglio in un periodo in cui l’industrializzazione prendeva piede e bisognava avere una “formazione di base” che ti consentiva di accedere al lavoro.

Ma oggi è ancora cosi?

Mi farei qualche domanda…

Davvero abbiamo bisogno di libri e quaderni zeppi di nozioni per dare la possibilità al bambino che cresce nella società odierna di trovare una sistemazione nel futuro?

Questo è quanto mai lontano dalla realtà

In un mondo che …

  • Le informazioni le trovi ovunque su internet e puoi scegliere quelle che ti interessano.
  • La tecnologia continua ad avanzare mentre a scuola siamo ancora con mezzi obsoleti
  • Il tipo di educazione scolastica insegna all’obbedienza e il rispetto della figura adulta, reprimendo il senso critico e l’autonomia
  • Il lavoro di oggi non richiede “solo teoria”, ma sopratutto pratica e autonomia
  • Il lavoro di oggi richiede “specialisti” in ogni settore, e non una preparazione generica.

è un paradosso che un bambino si senta a disagio a scuola

Se non a disagio, quantomeno annoiato e insoddisfatto del fatto che non sta aggiungendo nulla alla sua crescita personale.

Lo testimonia il fatto che quando chiedo agli studenti “a quanti di voi piace la scuola?”

Di solito alza la mano circa il 5% del totale.

Un duro colpo per il mondo degli adulti che riconosce questa incombenza, ma si trova a fare i conti con una scuola povera, priva di risorse.

E i pochi eroi cercano di fare il possibile per rendere la classe un posto interessante, vivibile e sopratutto umano.

Benny Fera
Psicologo dislessico e Autore

Servizio di formazione e sensibilizzazione DSA

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Benny fuori classe

Lo studente è stato educato a fare tutto non per sè, ma per compiacere l’insegnante

Vorrei che leggeste il paragrafo dedicato alla scuola che ho estrapolato dal libro “Le vostre zone erronee” di Wayne Dyer.

Un libro scritto nella prima edizione nel 77 dallo psicoterapeuta statunitense.

Quantomai attuale questo libro affronta uno dei temi fondamentali per la nostra crescita personale: la necessità di essere approvati.

Una necessita che ci rende schiavi.

Da piccoli abbiamo imparato ad essere guidati in tutte le nostre scelte.

La guida dell’adulto è quanto mai importante, ma non nel giudizio.

Spesso si ha la tendenza a sostituirsi a loro nella scelta dei vestiti, dei giochi, dei come trascorrere il tempo.

Spesso l’adulto si sostituisce anche ai conflitti che il bambino affronta con i pari e alle difficoltà che potrebbe tranquillamente risolvere da solo.

In questo modo i bambini crescendo, sviluppano una dipendenza dall’adulto e un senso di inefficacia, considerando le proprie decisioni errate e di poco conto.

Un’altra fucina di “approvazioni” è il sistema scolastico.

A questo proposito cito il capitolo del libro di Wayne Dyer intitolato:

“I messaggi della scuola”

Quando sei uscito di casa per entrare in una scuola, hai messo piede in una istituzione appositamente designata per instillare un modo di pensare e di agire che presuppone la ricerca di approvazione.

Chiedi il permesso per tutto..

non far mai di testa tua..

chiedi al maestro il permesso per andare al gabinetto…

Siediti a quel banco…

Non cambiare posto, se non vuoi una nota.

Tutto verte nel senso dell’altrui controllo.

Invece di insegnarti a pensare, ti si insegna a non pensare con la tua testa.

“studia il primo e il secondo capitolo; disegna cosi; impara l’ortografia di queste parole: leggi questo…” Ti hanno insegnato ad ubbidire, e quando avevi dei dubbi, a farteli chiarire dall’insegnante.

Se fossi incorso nella sua ira, o ancor peggio in quella del preside, ti saresti dovuto sentire in colpa per mesi e mesi .

La pagella era un messaggio per i tuoi genitori che diceva in che misura eri approvato.

Se dai uno sguardo allo statuto della tua scuola, è assai probabile che ciò che leggerai sarà formulato grosso modo cosi: “Noi, della scuola media superiore XY, crediamo che la scuola offra a ogni studente la possibilità di svilupparsi integralmente. Il piano di studi è stato approntato in modo da andare incontro alle esigenze individuali di ciascuno studente di questa scuola. Tutti i nostri sforzi mirano a promuovere l’autorealizzazione e lo sviluppo individuale del nostro corpo studentesco…”

Quante scuola, ovvero quanti insegnanti, hanno il coraggio di tradurre in pratica queste parole?

Uno studente che cominci a mostrar segni di autorealizzazione e di indipendenza personale, si sente dire subito di stare al proprio posto.

Gli studenti indipendenti consapevoli del proprio valore, esenti da complessi di colpa e da crucci, sono di regola definiti turbolenti.

Le scuole non sanno trattare ragazzi che mostrano segni di anticonformismo.

Di fatto è la ricerca dell’approvazione ad essere preferita come la via del successo.

I vecchi cliches del “cocco” dell’insegnante, del “lisciarsi” i professori, sono tali non senza ragione.

Esistono, e funzionano.

Se riscuoti elogi dai tuoi insegnanti, se ti comporti come hanno ordinato, se studi le materie preparate apposta per te, fai una buona riuscita, il cui prezzo però è il forte bisogno di approvazione, dato che la fiducia in te stesso è stata scoraggiata praticamente ad ogni svolta.

Di solito, alla fine della scuola media inferiore, uno studente ha già imparato la lezione dell’approvazione.

Quando gli viene chiesto che tipo di scuola media superiore vorrebbe frequentare, la risposta è: ” Non lo so. Mi dica lei quale fa per me”.

Al momento di diplomarsi, gli sarà difficile prendere decisioni, perché per dodici anni di fila gli è stato detto cosa e come pensare.

Al collegio universitario, tale indottrinamento prosegue secondo i medesimi schemi:

“Scrivi due saggi a sempestr, consegnalo dattiloscritto, cura che ci sia introduzione-svolgimento-conclusione, studia questi e quei capitoli..”

La gran catena di montaggio!

Conformati, fa contenti i professori, e ce la farai…

Se casualmente lo studente dovesse incontrare un professore che gli lascia più libertà: “Questo semestre, approfondisca l’argomento che più le interessa. Io la aiuterò e la consiglierò quanto posso, ma si tratta dei suoi studi ed è libero di portarli avanti come crede”

è il panico!!!

“Ma quanti lavori dobbiamo presentare?”
“per quando?”
“scritti al pc?”
“quanti libri dobbiamo leggere?”
“quanti esami dobbiamo fare?”
“quali saranno le domande?”
“quanto devono essere lunghi i temi?”
“devo venire a tutte le lezioni?”

Queste sono le domande che pone chi cerca approvazione, e la cosa non sorprende affatto, dati i metodi pedagogici ed educativi a cui abbiamo accennato.

Lo studente è stato educato fare tutto non per sé, ma per un’altra persona, a compiacere il professore, a valutarsi su una unità di misura altrui.

Le domande che egli pone sono il risultato finale di un sistema che esige la richiesta di approvazione , se si vuole sopravvivere.

Pensare con la propria testa, atterrisce lo studente, è più facile e più sicuro corrispondere alle attese.

Non mi sento solo nel mio modo di pensare.

Questo capitolo di libro mi aiuta a dare forza alla mia tesi che la scuola non sta aiutando i ragazzi a capire chi sono, a mettere in campo le loro competenze.

Sono sempre più convinto che la scuola tende a costruire uno stereotipo di studente modello che è funzionale solo al mondo scolastico, ma la vita è tutt’altro…

Se pensi che questo articolo possa essere utile ad altre persone non esitare a condividerlo.

Benny Fera
Psicologo e Autore

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Benny fuori classe

“L’anno prossimo la rivolto come un calzino” disse l’insegnante

Testimonianza di una mamma terrorizzata dalle parole dell’insegnante.

Non molti giorni fa è venuta a colloquio da me una famiglia.

La richiesta era quella di dare “un’occhiata” alla propria figlia di 7 anni che si approccia alla seconda primaria.

Mi riferiscono lentezza nella lettura ed errori ricorrenti nella scrittura.

La prima cosa che mi ha colpito di questa bimba dagli occhi azzurri è stata la sua dolcezza la sua sensibilità.

Aveva gli occhi sgranati davanti a me, catapultata in un mondo tutto nuovo per lei.

la faccia riferiva esattamente: “cosa mi sta succedendo?”

Molto timida, non parlava molto, infatti non ho insistito con lei ed ho cerato subito di metterla a suo agio.

La bambini accenna i primi segni di sconforto e bassa autostima.

Per di più la mamma si mostra molto preoccupata, ma molto decisa a fare qualcosa per la sua figliola.

A parte le difficoltà della bambina, ho voluto mettere in luce le sue qualità, proprio quelle sulle quali noi dobbiamo più puntare e spingere nella sua vita.

La sua spiccata sensibilità la porta ed essere molto empatia verso gli altri bambini, la mamma racconta di un istinto naturale verso il “prendersi cura di”.

Una bambina che ama disegnare e non smetterebbe mai.

Ho insistito sul fatto che per nessun motivo che riguarda la scuola, la bambina deve abbandonare i suoi istinti e le sue passioni!

“disegna piccola, disegna fino a quando ne hai voglia e non preoccuparti di nulla” sono state le mie parole.

Probabilmente non sentirà più queste parole … visto che presto sarà proiettata in un mondo di diagnosi e PDP, solo per aver accesso ai suoi diritti, quello che gli spetta e che per ora non le viene dato in classe.

La sua insegnante è molto rigida ed ha usato con lei un approccio tipicamente formale e inquadrato.

Niente di più sbagliato, un approccio del genere su una bambina con questa sensibilità non fa altro che bloccarla.

C’è stato un momento esatto che mi si è spezzato il cuore.

La mamma racconta che verso la fine del primo anno scolastico la maestra esordisce con questa frase:

“non si preoccupi signora, l’anno prossimo la rivolto come un calzino.”

Ho dovuto contenere la rabbia e le lacrime

Non posso immaginare cosa sia successo nel cuore e nella mente di quella bambina meravigliosa.

Di sicuro la mamma ha subito il colpo e tra le lacrime mi riferiva di essere rimasta scossa e terrorizzata, tanto da incentivare continuamente la bambina a leggere e scrivere per tutto il mese di agosto facendo a meno delle vacanze.

Abbiamo discusso sul fatto che questo atteggiamento autoritario dell’insegnante può essere definito una violenza per la bambina.

Non dobbiamo permettere che un sistema “educativo” si rivolga in questi termini al pubblico.

Perché la scuola non è una caserma, ma un luogo dove i bambini dovrebbero sviluppare la loro autostima e il loro potenziale.

Consiglio a tutti gli adulti, genitori o insegnanti che siano, di guardare oltre la forma dei risultati scolastici.

Imparate a guardare i bambini per quello in cui sono davvero bravi e complimentatevi con loro.

Oggi è quanto mai importante essere molto competenti in ciò in cui si è portati, rispetto ad essere mediocri in tutto.

Benny Fera
Psicologo e Autore

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Diagnosi DSA: più ne arrivano più la scuola fallisce la sua missione

Se la scuola fosse inclusiva, non ci sarebbe bisogno di certificazione per DSA

Oggi non posso fare a meno di mettere in risalto il commento di un’insegnante ricevuto su Facebook sotto un mio articolo.

Quando si parla di DSA a volte le soluzioni sono più facili di quello che si pensa.

Io adoro la semplicità, la chiarezza e l’onesta che questa insegnante ha mostrato nel suo commento.

Leggi sotto …

Da anni porto avanti nella mia scuola l’idea che non ci sarebbe bisogno di certificazione per DSA se la scuola fosse inclusiva.
Quello che si pensa necessita per i DSA è comune a tutti gli alunni: personalizzazione, individualizzazione, strumenti compensativi, attenzione al carico di lavoro.
Tutto questo è semplicemente essere un insegnante competente e una scuola che accoglie tutti con i loro bisogni speciali.
Molti insegnanti purtroppo aspettano di vederlo scritto su una certificazione!
A questi insegnanti dico leggete bene le certificazioni sono solo e semplici consigli per ricordarvi come essere buoni insegnanti e nulla di più e più ne arriveranno e maggiore sarà il fallimento messo per iscritto della scuola.

Ammetto che spesso sono prevenuto nei confronti degli insegnanti

La mia orrenda esperienza personale con la scuola, mi ha portato ad essere diffidente nei confronti di questa figura.

Ma sarebbe banale generalizzare.

Infatti come in tutti i mestieri ci sono sempre le eccezioni.

Purtroppo nella maggior parte dei casi, sento ancora storie di insegnanti autoritari che hanno la tendenza a forzare l’apprendimento, facendo diventare gli studenti dei robot.

La pretesa che i bambini rappresentino tutti lo stereotipo del primo della classe, è un modello impossibile da applicare int una scuola che finalizza l’apprendimento alla mera memorizzazione di nozioni.

Le abilità e le competenze di ognuno di noi sono svariate ed esclusive.

Ognuno di noi è bravo in qualcosa.

L’insegnante non può vivere nella pretesa di portare tutti allo stesso livello.

La missione di un insegnante dovrebbe essere di far scoprire a tutti in cosa sono speciale!

Prego di condividere questo articolo perché ci sia la massima diffusione dell’idea di quale dovrebbe essere la buona scuola.

Benny Fera
Psicologo e Autore

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Benny fuori classe

Era il più ciuccio della scuola, adesso fa formazione per gli insegnanti

La testimonianza di un ragazzo che ritorna nelle scuole dopo tanti anni di sofferenza

La prima volta è stata una fortissima emozione.

Io, che da studente ero il più asino della classe, se non di tutta la scuola, mi ritrovavo a fare formazione sui DSA davanti a 200 insegnanti.

Ricordo esattamente cosa mi è successo quel giorno.

Mi si è svuotata la mente, balbettavo, mi tremavano le gambe … insomma avevo paura.

Quegli insegnanti li di fronte a me, non mi avevano mai fatto nulla di male, ma erano il simbolo di una figura che ha segnato la mia vita in maniera molto negativa.

Per forza di cose, io e gli insegnanti eravamo due mondi a parte.

Io con il quaderno sempre pasticciato e in disordine, che non seguivo la lezione e che disturbavo la classe;

gli insegnanti che pretendevano esattamente l’opposto, quello che io non riuscivo a dargli: “uno studente modello”.

Una lotta infinita che ho perso per circa 20 anni della mia vita.

Oggi mi sento di poter dire che la mia rivincita è arrivata.

Tutto è cominciato per un desiderio di risollevarmi dal letame stantio in cui mi ero immerso.

Autostima a terra, ansia, depressione e attacchi di panico, si sono trasformati in una forza devastante quando a 30 anni ho scoperto di essere dislessico.

Ho studiato tantissimo questo fenomeno dei DSA.

Quando ho capito che il problema non sono i DSA, ma la scuola e i suoi metodi, sono passato allo studio della pedagogia, che mi ha aperto la mente su quella che dovrebbe essere la vera “educazione”.

Non ho perso tempo, volevo che la verità balzasse agli occhi di tutti.

Il libro “Il bambino dimenticato” esprime l’essenza del mio pensiero e della mia esperienza.

Oggi questa verità è quanto mai preziosa, tanto che anche la scuola stessa ha capito di quanto è importante fare formazione e sensibilizzazione sull’argomento DSA.

Non serve la teoria in questo caso.

Servono metodo e buon cuore.

Quel giorno davanti a 200 insegnanti ero in completo imbarazzo e sapevo che non stavo dando il meglio di me.

Mi sono fermato, e sono stato sincero …

“Scusate, sono molto emozionato, in realtà dentro di me vive una grande paura verso la figura dell’insegnante, che oggi sta prendendo il sopravvento …”

Da quel momento in poi mi sono sciolto, perché ho lasciato fluire la mia paura, le mie emozioni, mi sono messo completamente a nudo nel raccontare la mia esperienza.

Non è facile, la paura è quella di essere giudicati e criticati.

Ma qualcuno deve pur farlo.

Qualcuno deve avere il coraggio di parlare di questa cruda verità

Lo faccio a nome di tutti quegli studenti che oggi soffrono come è successo a me…

Non sono gli studenti che devono cambiare, ma la scuola.

Per organizzare un evento presso la tua sede compila il modulo qui sotto

Benny Fera
Psicologo e Autore

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Tic nervosi e ansia per l’inizio della scuola

La scuola dovrebbe essere un luogo di accoglienza, dove il disagio viene accolto, altrimenti saltano tutti i principi base dell’apprendimento.

È una mamma che mi scrive

Desolata e incredula che sua figlia di 10 anni possa stare cosi male per la scuola.

Una mamma che ha familiarità con il mondo dei DSA perché ha prestato servizio presso la neuropsichiatria infantile.

La bambina da un pò di tempo presenta TIC nervosi e si sveglia di notte in preda all’ansia.

É il pensiero della scuola.

“Odia la scuola e la aspetta come fosse una Tsunami”

La bambina ormai sotto pressione, ha sviluppato ansia da prestazione, pur avendo il supporto dei genitori, il fatto di doversi confrontare ogni giorno con le sue difficoltà di lettura e scrittura la fa andare in ansia.

Questo è il lato oscuro della Dislessia e i DSA.

Ansia e bassa autostima sono il pane quotidiano di questi studenti.

Queste difficoltà reiterate nel tempo possono portare ad attacchi di panico e depressione.

Insomma, senza portarla troppo per le lunghe, il percorso scolastico ancora per molti studenti può essere una trappola al loro sano sviluppo psicologico.

Spesso diventano chiusi e introversi e quando saranno grandi avranno paura di affrontare le novità e le difficoltà.

Saranno evitanti e rifiuteranno di mettersi in gioco per la paura di essere giudicati ancora e ancora.

La mamma riferisce che la bambina è tutt’altro che svogliata… anzi, vuole assolutamente finire tutti i compiti altrimenti va in ansia.

Probabilmente molti di noi adulti; genitori o insegnanti che siano, sottovalutano questi segnali e magari cercano di cavarsela con un “non essere ansiosa” o un “dai non si può aver paura della scuola”, sminuendo un problema che probabilmente ritengono piccolo come il portatore.

I problemi dei bambini non sono meno importanti di quelli degli adulti.

Spesso la sufficienza con cui trattiamo questi esseri umani condiziona la loro vita.

Ancora oggi ai bambini vengono negati i loro diritti “al tempo libero e al gioco”

I bambini vengono stipati nelle scuole costretti a subire programmi e regole molto lontane da quelle che sono i fondamenti della pedagogia.

L’infanzia oggi è molto svantaggiata e noi adulti ci passiamo sopra perché abbiamo troppe cose da fare e in queste cose da fare, trasciniamo anche loro.

Magari potreste pensare che questi sono casi eccezionali.

Invece no, basta vedere tutte le storie che recentemente ho pubblicato sul mio profilo Instagram con le conversazioni di genitori disperati e impotenti nel vedere il proprio figlio spegnersi lentamente …

e non stiamo parlando di una malattia, ma della scuola, che anche se non uccide, ti lascia un segno indelebile.

Questo discorso non vale solo per i DSA, perché non siamo una categoria a parte.

Per altri motivi anche i non DSA soffrono la scuola.

C’è chi pur di mantenere una media alta, studia tantissimo e finisce per non mangiare più.

C’è chi subisce bullismo, spesso anche dagli insegnanti stessi.

C’è chi ha problemi in famiglia ed in classe solo con il corpo.

La scuola dovrebbe essere un luogo di accoglienza, dove il disagio viene accolto, altrimenti saltano tutti i principi base dell’apprendimento.

Benny Fera
Psicologo e Autore

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