Quanto si può lavorare sull’autostima dei bambini?

Mi faccio spesso la domanda “come fare per aiutare i bambini che soffrono la scuola?”

L’unica risposta plausibile è “tirandoli fuori da scuola” o, situazione meno drastica, cambiando completamente la scuola nel suo interno.

Il problema annoso di noi psicologi e altri addetti ai lavori sui DSA, è spesso doverci confrontare con una realtà scolastica che va a cozzare profondamento con il nostro modo di lavorare.

Il rapporto uno ad uno tra bambino e psicologo o terapista che sia, agevola la relazione, e quindi aiuta lo studente ad essere più sereno nello studio e sopratutto a sentirsi apprezzato per quello che è.

Ma a quanto serve tutto questo?

Sicuramente ha la sua funzione per il bambino, in quanto riconosce un punto di riferimento fuori dalla scuola, una spalla che lo accompagna nel suo percorso, se non fosse che molto del lavoro fatto privatamente viene distrutto in classe in brevissimo tempo.

Purtroppo in classe, non ci sono le condizione da parte dell’insegnante di dedicare attenzione ad ognuno degli studenti, spesso la relazione è compromessa soprattutto nei casi di DSA.

Esistono sempre casi virtuosi da prendere da esempio, e cioè il confronto tra insegnante e terapista, per consulti su come approcciarsi allo studente.

Nella maggior parte dei casi questo non avviene, e c’è uno scollamento tra il lavoro dello psicologo fuori da scuola e il lavoro in classe dell’insegnante.

Purtroppo il tema della bassa autostima nei bambini DSA è molto sentito dai genitori, ogni giorno ricevo messaggi di sfogo da parte loro e non a caso ieri alla domanda su Facebook “cosa vorresti per tuo figlio?” si è rivelata focale la difficoltà che i figli incontrano con la stima di se stessi.

Per quanto si possa aiutare il bambino con supporti esterni alla scuola, la scuola stessa rimane sempre un tallone di Achille.

La riflessione che ne deduco in merito è: “è possibile che il sistema educativo scolastico abbia bisogno di supporti esterni per funzionare? Perché la scuola non riesce a farsi carico dell’istruzione di tutti i bambini?”

Un sistema creato per l’istruzione dovrebbe avere al suo interno già tutti i mezzi e le risorse per consentire a tutti i bambini di apprendere, se così non è, credo che non possa nemmeno essere chiamato sistema educativo.

La seconda domanda è: “vale la pena mandare i figli con DSA a scuola, con tutto quello che bisogna fare per il loro rendimento?”

Ovviamente la risposta non ricade sulle difficoltà dei bambini, ma semplicemente sulla necessità di un complessivo cambio di rotta della scuola, sia per quanto riguarda il metodo, sia l’approccio dell’adulto verso il bambino, e gli spazi dedicati.

Se questo cambio di rotta non avviene all’interno della scuola, presto avremo uno sfaldamento.

Oggi i genitori sono molto più informati grazie all’avvento del web.

Oggi un genitore, e anche molti insegnanti, riconoscono che la scuola non è più un luogo idoneo per la crescita del proprio figlio.

Non a caso negli ultimi anni spuntano come funghi scuole private e paritarie di diverso stampo educativo.

Non è detto che questo sia meglio per gli studenti, ma di sicuro i genitori sono stanchi di vedere i propri figli trasformarsi in piccoli martiri della scuola.

Aritcolo di Benny Fera
Psicologo dislessico e autore de “il bambino dimenticato”

Hai letto il nuovo libro di Benny? clicca qui

Mi sento diverso – come la scuola gestisce la diversità

Come affronta la scuola il tema della “diversità”?

Stamattina ho avuto modo di parlare con una mamma.

Suo figlio di 6 anni dice “mamma forse era meglio che non nascevo”

Un colpo al cuore per un genitore, che è il primo a sentirsi responsabile.

Ci sono due nuclei sociali a cui il bambino fa riferimento

1 è la mamma, che può offrire il suo supporto e sostegno

2 è la scuola, che cosa offre?

Spesso la scuola non offre molto a livello sociale e umanitario

L’unico vantaggio è quello di stare tutti insieme in classe e magari avere l’occasione di fare amicizia

L’obiettivo principale resta quello di seguire il programma, sia a scuola che a casa.

A casa con l’aiuto del genitore che magari non è in grado di seguire il figlio nei compiti

Il disagio si prolunga, si arriva all’esasperazione da parte i genitori e figli che pesano tutta la giornata sui quaderni.

Qual’è l’alternativa? mi pare che la scuola non ne offra una e continua con i paraocchi ad andare avanti!

Se lo studente è fortunato trova in classe un’insegnante sensibile e comprensiva in grado di accogliere le difficoltà ed anche di confrontarsi con la classe.

Non è il caso di questa mamma e di tante altre mamme che spesso mi scrivono.

Sono i compagni stessi che si prendono gioco di alcuni bambini, magari perché è lento a leggere, oppure ha gli occhiali, oppure ha la pelle di un altro colore…

Cosa fa la scuola di fronte a questi “disagi”?

Spesso agisce con la punizione o l’ammonimento verso tutta la classe, ma è sufficiente?

Mai!

I bambini non sono cattivi in se, ma hanno bisogno di conoscere quello che non sanno.

Se vedono qualcosa di molto diverso dalla massa cercano in qualche modo di adattarsi al disagio interiore verso ciò che non conoscono

Cosa si fa in questi casi?

Ci si siede in cerchio con tutta la classe e si parla tutti insieme almeno una volta alla settimana!

I Bambini hanno bisogno di conoscersi, hanno bisogno di crescere sopratutto a livello umano e non solo memorizzando nozioni!

Il tempo che dedichi alla condivisione, all’apertura, al confronto, non è mai tempo sprecato!

Ha la doppia funzione di creare un legame più forte tra i compagni e con l’insegnante

Oltre ad essere un mezzo per confrontarsi rispetto alle diversità

Per quanto mi riguarda non esistono persone “diverse” per il colore della pelle, per la religione che seguono, per l’aspetto fisico! 

Siamo esseri umani e per questo abbiamo l’esigenza di sentirci accettati

La società di oggi, sopratutto a scuola, crea un dislivello sia da un punto di vista didattico (stesso programma per tutti) sia dal punto di vista umano (c’è chi vale 10 e chi 2).

Sopratutto la scuola ha sempre avuto un grande vuoto verso l’apertura, il confronto e lo sviluppo dell’empatia.

[maxbutton id=”1″]

[maxbutton id=”2″]

[maxbutton id=”3″]