Sei stato bravo ma puoi fare di più

un bambino che va a scuola non può esimersi dal giudizio quotidiano.

Ci sono state rare volte a scuola che riuscivo a capire particolarmente bene un compito.

In pratica riuscivo a volgerlo in maniera automatica e meccanica.

É tipico nei DSA avere un’intuizione.

Ci sono compiti di cui capiamo il meccanismo e riusciamo a replicare più volte.

In questi momenti particolarmente illuminati della mia vita scolastica, ero particolarmente soddisfatto di me.

“Finalmente, sono bravo come gli altri!” mi dicevo.

Mi piaceva mettermi in mostra con la maestra, mostrare il mio compito ben fatto per sentirmi dire “bravo, ma puoi fare di più”

Proprio ieri ho scritto un articolo sulla sensibilità del bambino con DSA.

Quel “puoi fare di più” risuonava in me come una martellata.

In un attimo la delusione si faceva spazio in me e la frase che mi risuonava dentro era “non sono abbastanza”.

Rapidamente cadevo nella mia solita tristezza, nel mio solito angolo buio.

Il mio angolo buio interiore, quello della vergogna!

Per molti sembrerà esagerato, ma per noi DSA, particolarmente sensibili, il giudizio degli altri fa particolarmente male.

La nostra sensibilità ci porta ad essere empatici, ed il giudizio degli altri non passa certo inosservato.

Ho fatto un grande lavoro sulla mia autostima per ricordarmi che il giudizio degli altri è indipendente da me ed è strettamente legato a quello che faccio e non a quello che sono.

Ancora oggi sono molto suscettibile ai commenti negativi, in qualche modo toccano quella parte infantile che vive dentro di me.

L’autostima è qualcosa su cui un adulto può lavorare, ma un bambino che va a scuola non può esimersi dal giudizio quotidiano.

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Cosa vuol dire insegnare

dal vocabolario Treccani:

In genere, far sì, con le parole, con spiegazioni, o anche solo con l’esempio, che qualcun altro acquisti una o più cognizioni, un’esperienza, un’abitudine, la capacità di compiere un’operazione, o apprenda il modo di fare un lavoro, di esercitare un’attività, di far funzionare un meccanismo.

Adesso passiamo al codice deontologico (codice di comportamento) dell’insegnante.

Prenderò in esame solo la parte del rapporto con gli allievi e la esaminerò nelle parti

E’ nel concreto dell’azione educativa, nel modo di stare nella scuola, nella valutazione, nell’organizzazione del lavoro del gruppo-classe, che devono emergere i valori della cultura, della giustizia, della tolleranza, del rispetto delle differenze. 

“I valori di giustizia, tolleranza e rispetto delle differenze” non vengono applicati dagli insegnanti.

Non è bello generalizzare, faccio riferimento al rapporto di molti insegnanti con gli alunni DSA, settore di cui mi occupo. Sento spesso genitori lamentarsi, anzi soffrire per come viene trattato il proprio figlio in classe.

“La giustizia” è diventato un concetto inapplicabile in quanto sappiamo che i DSA hanno diritto a Piani Didattici Personalizzati e questo già li porta ad affrontare l’apprendimento in maniera diversa dai propri compagni. Per quanto l’insegnante possa accettare o meno di applicare il PDP, “l’esclusività” del PDP rende “diverso” l’alunno con DSA e i compagni di classe ne risentono come un’ingiustizia.

“La tolleranza” questa sconosciuta la sostituirei con frustrazione, visto che molti insegnanti non sono affatto tolleranti verso il modo si apprendere degli alunni DSA (errori ortografici, grafia illeggibile, lettura lenta o sillabata, difficoltà nel calcolo). In questi casi in genere l’insegnante spinge a fare meglio dove l’alunno non può.

Per non parlare del “rispetto delle differenze”, il concetto meno applicato di tutti, e non riguarda solo gli alunni DSA. In genere si tende al livellamento. Tutti devono essere bravi a fare la stesso compito. Se il principio di “essere bravo” si basa sul giudizio di un solo insegnante sarà molto difficile che “le differenze” siano rispettate.

Ma anche e fortemente il valore del merito, che deve essere sostenuto e accompagnato da altri due valori, da vivere come complementari e non contrapposti, la solidarietà e l’emulazione positiva. Questi due valori troppo spesso presentati come contraddittori e antagonisti devono, invece, alimentarsi reciprocamente: le azioni positive dei compagni, i loro successi, possono, devono spingere ad una emulazione costruttiva.

Inutile dire che il più bravo riceve un trattamento diverso rispetto agli altri. Se partiamo dal presupposto che il voto definisce delle categorie di bravi e meno bravi, la contraddizione è intrinseca nel codice stesso.

Quando si parla di “solidarietà” a cosa ci si riferisce? Magari al fatto che il compagno più bravo può aiutare quello meno bravo? Non mi pare che questo succeda a scuola, la regola è: “non copiare”, quindi di quale solidarietà stiamo parlando?

“L’emulazione positiva” può essere definita come la volontà da parte dell’alunno meno bravo di fare bene come l’alunno “meritevole”, ma qui entriamo nel campo delle differenze, e cioè che non siamo tutti uguali, infatti per quanto un alunno si possa sforzare a fare meglio (come nei casi di DSA) spesso non ci riesce e addirittura lo sforzo non viene nemmeno riconosciuto.

“le azioni positive dei compagni, i loro successi, possono, devono spingere ad una emulazione costruttiva” , ok! tante belle parole! ma come si applica in una classe di 25 alunni?

… dovere dell’insegnante di avere comportamenti coerenti con le finalità della “formazione”. Tutto questo implica il dovere di non appiattire l’insegnamento su di un modello standardizzato e in quanto tale astratto, ma di progettarlo ed applicarlo, tenendo conto delle inclinazioni e aspirazioni degli allievi che si hanno di volta in volta di fronte.

Questa parte mi sembra anche inutile da commentare in quanto non viene quasi mai applicata.

Il modello standardizzato è l’unico modo per “portare avanti il programma”, se ogni insegnante si dedicasse alle inclinazioni e aspirazioni di ogni allievo, avremmo di fronte molti casi di burnout ed esaurimento nervoso. Non si può chiedere questo ad un’insegnante. É una persona, non un eroe, siamo di fronte comunque a scolaresche di 20 bambini. L’appiattimento ad un modello standardizzato è l’unica soluzione.

Il rendimento medio rimarrà un traguardo importante, ma non potranno essere trascurati né gli allievi con difficoltà, né quelli particolarmente dotati.

Siamo di nuovo di fronte a un’assunto contraddittorio. Di base in una classe ci sarà sempre da un lato il più bravo e dal lato opposto il meno bravo e il resto della classe che sarà nella media.

Di solito nella in un campione statistico (in questo caso 25 alunni) il rendimento si distribuisce intorno ad una gaussiana, che difficilmente si modifica.

Quindi il rendimento medio è quello che è!

Più importante è invece “non trascurare gli allievi con difficoltà, ne quelli particolarmente dotati”: molto spesso questi ragazzi sono costretti a seguire passivamente il flusso della classe, perché in minoranza.

Non diamo sempre la colpa agli insegnanti, in questo caso è implicato l’alto numero di alunni che non consente di lavorare adeguatamente.

Facciamo appello anche all’ego di qualche insegnante che spesso per mostrare la sua incredibile capacità di migliorare il rendimento della classe tende a rinforzare i più bravi lasciando indietro i meno bravi.

La valutazione è un momento importantissimo nella relazione educativa: è importante per imparare, è importante perché attraverso di essa si comunicano implicitamente dei valori, come quello della giustizia, è importante per capire come si debba e si possa stabilire un rapporto di fiducia fra allievo e insegnante anche di fronte a risultati negativi, è importante perché può rafforzare o indebolire l’autostima, perché può stimolare l’apprendimento o al contrario indurre atteggiamenti di rinuncia e di rifiuto. E’ nella valutazione che massimamente si coglie l’importanza della componente emotiva ed affettiva dell’apprendimento.

Trovo questa parte molto lacunosa, si dice “il voto è importante per imparare”, cosa vorrà mai dire? che il voto ha intrinseca una qualità educativa? secondo me, ne più nemmeno dello zuccherino per il cavallo.

“Si comunica il valore della giustizia”, anche questo non mi è ben chiaro, quale giustizia? forse vorrà dire che quelli più bravi hanno il diritto di andare avanti e quelli meno bravi no?

Si possa stabilire la fiducia anche in caso di risultati negativi” e come? dopo un brutto voto mi fai una carezza e mi dici che va tutto bene? e poi la prossima volta che fai mi alzi il voto o mi fai un’altra carezza? non sono mica un cavallo! (con tutto il rispetto per il cavallo).

Si dice ancora “il voto è importante perché può rafforzare o indebolire l’autostima”, molto bene, e allora non sarebbe molto meglio non darli? se il rischio che si corre è quello di abbattere l’autostima di qualcuno, beh io ne farei volentieri a meno.

“può stimolare l’apprendimento o al contrario indurre atteggiamenti di rinuncia e di rifiuto”: loro lo sanno che il voto ha un lato oscuro, ma si continua ad andare avanti cosi.

“E’ nella valutazione che massimamente si coglie l’importanza della componente emotiva ed affettiva dell’apprendimento.”: Questa è la bugia più grossa che abbia mai sentito, una vera cazzata! Cosa c’entra un numero con le emozioni e l’affetto!  Quindi ne deduco che un buon voto equivale ad un consenso, ad una carezza, mentre un brutto voto equivale ad uno scappellotto! Molto triste!

Non c’entra nulla l’apprendimento con il voto. L’apprendimento è qualcosa che avviene spontaneamente nella volontà della persona secondo i suoi valori, le sue passioni e il suo amore per la vita. A mio parere la scuola non c’entra proprio nulla con l’apprendimento.

Ciò non toglie che la certificazione finale delle conoscenze e delle competenze debba essere il più possibile obiettiva ed imparziale e prescindere da condizionamenti di carattere psicologico, ambientale, sociale o economico degli allievi.

Questo mi sembra d’obbligo, ed è giusto scriverlo, casomai qualcuno se ne dimenticasse. Altrimenti parleremmo di razzismo, classismo, bullismo e compagnia bella.

Quindi chi è l’insegnante?

L’insegnante oggi ha un ruolo molto difficile, perché ha diversi compiti da dirimere:

  • educazione
  • affettività
  • civiltà
  • apprendimento
  • rispetto

A mio parere chiediamo troppo a questa figura professionale, perché ognuna delle voci elencate sopra richiede un lavoro a parte.

Non possiamo delegare all’insegnante tutto questo bagaglio per di più in condizioni di 25 alunni per classe con la croce del programma da portare a termine.

Io di formazione faccio lo psicologo e mi rendo conto di quanto è complesso il mio lavoro in una relazione uno ad uno.

Ho imparato che bisogna riconoscere i propri dolori, i propri traumi del passato, i propri limiti e i propri schemi, per non cadere nell’errore di confondersi con l’altra persona.

Sento spesso di insegnanti che offendono i bambini, che usano le etichette “vivace, lento, dislessico e addirittura stupido” con una facilità estrema.

Questo fenomeno lo capisco benissimo, non è facile lavorare tutti i giorni sotto stress, succede che alla fine si cade in errore.

In questi giorni ho letto tutti i vostri commenti su Facebook, tutte le vostre sofferenze e mi sono profondamente immedesimato.

Sono dolori che ho provato anche io, che hanno provato anche i miei genitori per le difficoltà subite a scuola.

Ma dobbiamo sempre avere la mente aperta e saper guardare anche l’altro lato delle medaglia.

Mettetevi nei panni di un’insegnante e provate a capire per un attimo cosa vuol dire lavorare tutti i giorni con decine e decine di alunni diversi, con un programma da seguire, con delle regole da rispettare, e spesso anche sotto stress per una classe “vivace”.

Guardate anche le condizioni in cui la scuola mette l’insegnante, costretto a far rispettare delle regole, a mettere voti e ad esprimere giudizi, non è di certo un ruolo imparziale.

Abbiamo oggi esaminato una parte del codice deontologico, e avrete notato quante parti lacunose presenta.

Cercano di confonderci con le chiacchiere, ma a Benny non sfugge nulla 😉

E tu cosa pensi di questo articolo? cosa pensi del ruolo dell’insegnante? scrivilo nei commenti.

 

LA GARA DELLE TABELLINE

Se continuiamo a valutare tutti con lo stesso metro avremo sempre una divisione tra bravi e ciucci.

Ricordo ancora l’umiliazione che provavo ogni volta che si faceva la gara delle tabelline in classe.

Non ero mai abbastanza veloce.

Tendevo a nascondermi sperando di passare inosservato all’insegnante che altrimenti mi avrebbe ripreso.

Erano sempre gli stessi quelli che rispondevano in fretta con una facilità di una passeggiata.

Per me invece era un incubo.

Avevo davvero paura di fare la figura dell’asino per l’ennesima volta.

In più mi faceva rabbia perché per quanto mi sforzassi non riuscivo ad essere al passo con gli altri.

Ma come ben sapete agli insegnanti non sfugge chi non interviene mai e quindi alla fine della gara venivano comunque interrogato, l’umiliazione non si poteva evitare.

L’insegnante si rivolgeva direttamente a me chiedendomi alcune tabelline ed io ormai irrigidito dalla paura non riuscivo a ragionare per di più i compagni scalpitavano per poter rispondere quasi frustrati dal mio limite.

Solo a 30 anni ho capito di avere il disturbo di apprendimento

Per me imparare qualcosa a memoria è tutt’ora ostico.

Ma perché gareggiare?

Perché competere per forza?

Forse alcuni potrebbero pensare che potrebbe essere stimolante oppure divertente, senza considerare che non è cosi per tutti.

Non c’è bisogno di uno scienziato per capire che siamo tutti diversi.

Ognuno di noi ha le sue potenzialità e non è detto che si esprimano nella didattica scolastica.

Come si può pensare di valutare tutti con lo stesso metro?

Come si dovrebbe sentire una persona lenta nella corsa ad una gara dei 100 metri?

Di certo non vorrebbe competere e di sicuro la gara dei 100 metri non è come la scuola… 

Puoi scegliere se correre o meno…

In classe invece devi correre che tu lo voglia o no.

 

Benny Fera
psicologo dislessico e autore

I miei libri:

Il bambino dimenticato (autobiografico)

Benny fuori classe

Come vivere da dislessico

Dislessia: quale scuola?

 

Scena muta all’interrogazione

Una mente che funziona ad immagini non è fatta per memorizzare nozioni astratte

“Adesso ascolta e impara!” mi diceva l’insegnante.

Era ricorrente che facessi scena muta alle interrogazioni.

L’insegnante pensando di fare a me una cosa gradita, interrogava la prima della classe per farmi sentire come si espone durante un’interrogazione. Continua a leggere “Scena muta all’interrogazione”

Il metodo del cuore

Un buon metodo scolastico senza empatia serve a ben poco.

É sorprendente come spesso con molta facilità ci si perda in sterili approfondimenti sul metodo. Continua a leggere “Il metodo del cuore”

Dislessia e PNL

La dislessia non è altro che una mente visiva

Da un po’ di tempo ormai mi sono approcciato allo studio della PNL (Programmazione Neuro Linguistica).

Sono arrivato alla PNL dopo gli approfondimenti che ho fatto sulla dislessia, in particolare dai libri:

Continua a leggere “Dislessia e PNL”